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25 Aprile, BDS ITALIA partecipa alle manifestazioni per la Festa della Liberazione.

bandiera-palestinese-muroBDS Italia, la sezione italiana del movimento internazionale per il Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni contro le politiche di colonizzazione, occupazione e apartheid portate avanti da Israele contro il popolo palestinese conferma la sua partecipazione alle manifestazioni del 25 Aprile.
Sostenuto da sindacati, chiese e associazioni in tutto il mondo, il movimento BDS fonda la sua lotta nonviolenta per la libertà, la giustizia e l’uguaglianza per i Palestinesi sul rispetto del diritto internazionale e sulla tutela dei diritti umani universali. Rifiuta ogni forma di discriminazione razziale, politica, religiosa e di genere. Condanna l’antisemitismo, l’islamofobia e ogni ideologia fondata su presunte supremazie etniche, razziali o religiose.
È ormai tristemente noto come, non solo in Italia, il governo israeliano, attraverso la sua ambasciata e organizzazioni a lui vicine, diffonda false accuse di antisemitismo come arma ideologica per intimidire, delegittimare e silenziare ogni critica rivolta a Israele. Non avendo argomenti per giustificare decenni di occupazione militare e colonialismo e le numerose e ampiamente documentate violazioni dei diritti del popolo palestinese, ricorrono alle calunnie nel tentativo di bloccare le iniziative volte a far conoscere la realtà del popolo palestinese e le azioni della società civile internazionale a sostegno dei suoi diritti.
È triste vedere come la partecipazione di ebrei alla lotta di liberazione dal nazi-fascismo venga strumentalizzata al fine di delegittimare un movimento della società civile per la liberazione di un popolo oppresso. Chiunque si riconosce negli ideali e nelle pratiche della Resistenza al fascismo di ieri e di oggi ha il diritto di partecipare alle manifestazioni del 25 aprile. Tuttavia lo sventolio di bandiere israeliane e l’inneggiamento al sionismo (una ideologia razzista che sta alla base delle politiche di colonialismo, occupazione e apartheid di Israele) hanno poco a che fare con la Resistenza.
BDS Italia ribadisce ancora una volta l’adesione a quei principi di libertà, di giustizia e di uguaglianza che ispirarono la lotta di Liberazione e la Resistenza al nazifascismo.
Per queste ragioni oggi BDS Italia sostiene la lotta di Resistenza e di Liberazione del popolo Palestinese che da decenni si oppone al colonialismo di insediamento e a una occupazione militare che non ha precedenti nella storia, chiedendo che sia ristabilito il diritto internazionale, ponendo fine all’occupazione, garantendo i pari diritti per i Palestinesi cittadini di Israele e riconoscendo il diritto al ritorno dei profughi palestinesi così come sancito dall’ONU.
Pertanto, BDS Italia parteciperà anche quest’anno alle manifestazioni del 25 Aprile, rifiutando qualsiasi tentativo di delegittimazione del movimento, e rivendicando il diritto, costituzionalmente garantito, alla libertà di parola ed espressione.
Libertà, giustizia, uguaglianza per i Palestinesi!

BDS Italia

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Jeff Halper, antropologo, già direttore dell’Icahd (I­srae­li Com­mit­tee Again­st Hou­se De­mo­li­tions), è cofondatore di The People Yes! Network. Vive a Gerusalemme. Leggi l’intervista a cura di Barbara Bertoncin uscita sul numero 237 di UNA CITTÀ di marzo 2017.
All’indomani della cosiddetta legge furto, approvata dal parlamento israeliano, sembrano ormai venute meno le condizioni per una soluzione a due stati; il rischio di uno scenario in cui Israele si annette l’area C, si proclama lo stato palestinese a Gaza e il resto della Cisgiordania diventa un protettorato internazionale; l’unica alternativa: uno stato binazionale e democratico, dove i popoli di entrambe le nazioni si possano sentire a casa e al sicuro. 

Tu da tem­po de­nun­ci co­me in Israe­le-Pa­le­sti­na non ci sia­no più le con­di­zio­ni per una so­lu­zio­ne a due sta­ti.
Ab­bia­mo tra­scor­so an­ni e an­ni la­vo­ran­do sul­la que­stio­ne pa­le­sti­ne­se. Ovun­que nel mon­do è uno dei te­mi prin­ci­pa­li di cui la gen­te par­la. Ec­co, io di­co che la so­lu­zio­ne a due sta­ti è an­da­ta. È mor­ta. Ed è co­sì da an­ni. Il pro­ble­ma è che la si­ni­stra non ha an­co­ra de­fi­ni­to un nuo­vo obiet­ti­vo da rag­giun­ge­re. Qual è il no­stro pro­get­to?
Io ho scrit­to mol­to su quel­la che ri­ten­go deb­ba es­se­re la via da per­cor­re­re una vol­ta ve­nu­ta me­no l’op­zio­ne dei due sta­ti. Dob­bia­mo pun­ta­re a uno sta­to de­mo­cra­ti­co bi­na­zio­na­le.
Que­sta è la mia idea, ce ne so­no al­tre in gi­ro. Pur­trop­po la si­ni­stra non si espri­me, in­clu­si i pa­le­sti­ne­si, e noi sia­mo bloc­ca­ti, per­ché io non pos­so ri­ven­di­ca­re nul­la in no­me dei pa­le­sti­ne­si, pos­so spin­ger­mi so­lo fi­no a un cer­to pun­to, ma non pos­so rap­pre­sen­tar­li.
Con­ti­nuo a par­te­ci­pa­re a gran­di con­ve­gni, fra un pa­io di set­ti­ma­ne sa­rò in Ir­lan­da a in­ter­ve­ni­re sul di­rit­to in­ter­na­zio­na­le e i pa­le­sti­ne­si. Gli in­con­tri si sus­se­guo­no, c’è la cam­pa­gna BDS (boi­cot­tag­gio, di­sin­ve­sti­men­ti e san­zio­ni), ci so­no i dos­sier, i rap­por­ti del­l’O­nu, di Hu­man Rights Wat­ch, di Am­ne­sty e mi­lio­ni di al­tri grup­pi dif­fe­ren­ti, c’è la pro­te­sta… Ec­co, il pun­to è che ci so­no so­lo pro­te­ste e do­cu­men­ti! Non c’è un mo­vi­men­to po­li­ti­co pro-at­ti­vo. Non si fa nul­la di po­li­ti­co.
Israe­le non ha più l’ap­pog­gio in­con­di­zio­na­to da par­te del­la co­mu­ni­tà in­ter­na­zio­na­le. Trump si pro­cla­ma suo ami­co, ma non so­no cer­to lo sia dav­ve­ro.
Io con­ti­nuo ad an­da­re al­l’e­ste­ro a par­la­re, e la gen­te mi di­ce: va be­ne, ti ascol­tia­mo da ven­t’an­ni, sap­pia­mo tut­to, ab­bia­mo ca­pi­to, l’oc­cu­pa­zio­ne è una brut­ta co­sa, vìo­la i di­rit­ti uma­ni…  Ma dic­ci co­sa vuoi, dic­ci co­sa vo­glio­no i pa­le­sti­ne­si e gli israe­lia­ni di si­ni­stra. Dic­ci co­sa fa­re e lo fa­re­mo.
Boi­cot­ta­re So­da­stream non li­be­re­rà la Pa­le­sti­na. Ri­pe­to, ser­ve un obiet­ti­vo po­li­ti­co. Il pro­ble­ma è che noi di si­ni­stra non ci ve­dia­mo dav­ve­ro co­me at­to­ri po­li­ti­ci: com­men­tia­mo, ana­liz­zia­mo, scri­via­mo, ma non ci but­tia­mo, non ci im­pe­gnia­mo in un pro­ces­so po­li­ti­co. Co­sì la­scia­mo il ter­re­no li­be­ro a Ne­ta­nya­hu e al­la de­stra.
Pen­so che sia ora di fer­mar­si e for­mu­la­re un’i­dea: do­ve stia­mo an­dan­do? Co­sa vo­glia­mo? Io non vo­glio pas­sa­re l’in­te­ra vi­ta a ri­co­strui­re l’en­ne­si­ma ca­sa o a scri­ve­re l’en­ne­si­mo ar­ti­co­lo.
Tan­to più che so­no con­vin­to che ci sa­reb­be­ro le con­di­zio­ni per ri­lan­cia­re. Il fat­to di es­ser­ci li­be­ra­ti del­la so­lu­zio­ne a due sta­ti è po­si­ti­vo, chia­ri­sce la si­tua­zio­ne. Pe­rò bi­so­gna agi­re, al­tri­men­ti avrà vin­to la de­stra.
Nel­le scor­se set­ti­ma­ne il par­la­men­to israe­lia­no ha ap­pro­va­to una leg­ge per “re­go­la­riz­za­re” gli in­se­dia­men­ti ebrai­ci e le ca­se edi­fi­ca­te su ter­re­ni pri­va­ti. I pa­le­sti­ne­si han­no par­la­to di “fur­to le­ga­liz­za­to”.
Io pen­so che Israe­le si an­net­te­rà l’A­rea C, la zo­na del­la Ci­sgior­da­nia sot­to il pie­no con­trol­lo israe­lia­no, ma­ga­ri non tut­ta, ma la mag­gior par­te de­gli in­se­dia­men­ti. Co­min­ce­rà in pic­co­lo, con Ma’a­le Adu­mim e l’a­rea cir­co­stan­te, che è stra­te­gi­ca, e al­la fi­ne fa­rà lo stes­so con tut­ti gli in­se­dia­men­ti.
La de­stra ha sem­pre vo­lu­to pren­der­si l’A­rea C. Cir­ca il 95% dei pa­le­sti­ne­si so­no sta­ti con­fi­na­ti al­le aree A e B, e so­no po­chis­si­mi quel­li ri­ma­sti nel­la C. Dun­que vo­glio­no an­net­ter­la. C’è sem­pre sta­ta un’op­po­si­zio­ne a que­sto, per­si­no da par­te di Oba­ma. Que­sta leg­ge apre que­sta stra­da. Di­ce che gli ebrei israe­lia­ni pos­so­no pren­der­si qual­sia­si ter­re­no pa­le­sti­ne­se vo­glia­no, of­fren­do in cam­bio una com­pen­sa­zio­ne eco­no­mi­ca. In real­tà cre­do che la Cor­te su­pre­ma israe­lia­na non la la­sce­rà pas­sa­re per­ché è dav­ve­ro trop­po. Co­sa suc­ce­de­rà al­lo­ra? Che il go­ver­no di­rà: “Va be­ne, se non pos­sia­mo fa­re co­sì, do­vre­mo an­net­te­re l’a­rea C po­li­ti­ca­men­te”. Sa­rà una de­ci­sio­ne po­li­ti­ca, che non ha nul­la a che ve­de­re con le cor­ti; in­som­ma, te­mo che que­sta leg­ge, in qual­che mo­do, dia al­la de­stra una scu­sa per pro­ce­de­re con le an­nes­sio­ni. Di­ran­no: “Noi vo­le­va­mo so­lo la ter­ra, ma vi­sto che non pos­sia­mo, sia­mo co­stret­ti ad an­net­te­re”. (altro…)

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100 Anni Di Colonialismo D’insediamento -100 Anni Di Lotta Popolare Per La Giustizia

Ogni anno l’Israeli Apartheid Week (IAW) si svolge in tutto il mondo in oltre 200 università e città. L’obiettivo è accrescere la consapevolezza circa il perdurante progetto coloniale israeliano e le politiche di apartheid attuate nei confronti del popolo palestinese. Dibattiti, proiezioni e azioni dirette creative aumentano il sostegno al movimento a guida palestinese per il Boicottaggio il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS).
Il tema di quest’anno è: Cento anni di colonialismo d’insediamento. Cento anni di lotta popolare per la giustizia.
L’anno 2017 segna i cento anni di resistenza palestinese contro il colonialismo d’insediamento, i cento anni dalla Dichiarazione Balfour. La IAW è l’occasione per riflettere su questa resistenza e per sviluppare ulteriormente le campagne BDS per la crescita continua del movimento.
In Italia, da fine febbraio a metà marzo, si svolgeranno iniziative a Bologna, Cagliari, Napoli, Pisa, Ravenna, Reggio Emilia, Roma, Torino, Trieste, tra le altre.
Per maggiori informazioni, scrivi a bdsitalia@gmail.com
Visita anche il sito internazionale: apartheidweek.org
Che cos’è la Settimana contro l’apartheid israeliana?
La prima edizione dell’Israeli Apartheid Week (IAW) si svolse nel febbraio del 2005 a Toronto in Canada. Organizzata dal collettivo studentesco arabo dell’Università di Toronto, fu da subito un grande successo, anche grazie all’alta partecipazione a eventi che attirarono l’attenzione dei media di tutto il mondo. La IAW si diffuse nel 2006 in altre città canadesi per raggiungere nel 2013 oltre 200 città in tutto il mondo.
All’inizio le iniziative si svolgevano solo all’interno dei campus universitari, mentre ora molti degli eventi IAW hanno luogo anche al di fuori delle Università. IAW svolge oggi un ruolo cruciale nel movimento internazionale di solidarietà con la lotta palestinese.
L’Israeli Apartheid Week ha due obiettivi principali:
Accrescere la consapevolezza sul perdurante progetto coloniale israeliano e sulle politiche di apartheid attuate nei confronti del popolo palestinese.
Ai sensi del diritto internazionale, il regime israeliano rientra nella definizione di apartheid. L’analisi dell’apartheid israeliano ha contribuito a evidenziare il contesto coloniale del sionismo. L’Israeli Apartheid Week utilizza questo contesto per fare collegamenti storici e concreti con le altre lotte contro il razzismo, la discriminazione e il colonialismo.
Aumentare il sostegno al movimento Palestinese per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS).  (altro…)

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Amira Hass ha parlato il 26 gennaio scorso al Dipartimento Culture Politiche dell’Università di Torino dell’occupazione della Palestina, dell’effetto Trump su Israele, del BDS. Numerosa e calorosa la partecipazione. Ringraziamo Rete ECO per la documentazione. incontro con Amira Hass torino 26 gennaio 2.jpg
Di seguito puoi leggere l’intervista rilasciata da A.Hass a Michela Sechi di RadioPopolare.

Cosa sarà dei palestinesi nell’era Trump? Lo abbiamo chiesto alla più nota giornalista israeliana, Amira Hass, che da sempre vive nei Territori Occupati. Da anni è corrispondente da Ramallah per il quotidiano israeliano Haaretz. E’ stata nei nostri studi e abbiamo parlato di tutto: di Netaniahu e delle inchieste a suo carico, dello spostamento dell’ambasciata statunitense, delle colonie, della ormai “moribonda” soluzione dei due Stati.
Amira Hass, quali saranno le conseguenze dell’era Trump per i Palestinesi?
“La presenza di Trump alla Casa Bianca dà a Netaniahu più fiducia nel fare quello che avrebbe fatto comunque: espandere le colonie. Alcuni dicono che Trump non farà quello che ha promesso, come spostare l’ambasciata. Rimane da vedere. Per palestinesi è triste, perché finché c’era Obama, c’erano comunque dei granelli di speranza. Era il Presidente statunitense che meglio conosceva il conflitto palestinese. Nella sua Amministrazione c’erano comunque delle persone con cui si poteva parlare, persone che parlavano il nostro stesso linguaggio. Con Trump non è più così. Questa è una grossa sconfitta per la politica di Abu Mazen, tutta basata sulla diplomazia. Per il palestinese della strada, penso che per ora non percepisca la differenza fra Obama e Trump. Se l’era Trump spingerà più palestinesi verso atti di disperazione, questo non lo posso prevedere”.
Se davvero Trump sposterà l’ambasciata statunitense da Tel Aviv a Gerusalemme, cosa potrebbe succedere?
“Personalmente non sono molto impressionata da questi simboli. L’ambasciata la puoi spostare a Gerusalemme e successivamente la puoi riportare indietro a Tel Aviv. L’Autorità palestinese ne ha fatto una grande questione e continua a lanciare allarmi. Io penso che sia un errore. L’Autorità Palestinese non ha il potere di fare molto: non può portare la gente in piazza perché non ha seguito. Non può minacciare ritorsioni da parte di altri stati arabi o musulmani perché molti sono amici di Israele. A quanto sembra lo spostamento dell’ambasciata non avverrà nei prossimi due mesi: ci vorrà qualche anno. Ma questo parlare di qualcosa di incerto che avverrà nel futuro, distrae la nostre attenzione da cose che stanno accadendo adesso. Nessuno parla, ad esempio, della demolizione di case nella Valle del Giordano, e dei continui attacchi dei coloni contro i palestinesi. Succede ogni giorno. Penso che sia anche un errore dei media il lanciare l’allarme su alcune questioni future, dimenticando quello che accade ora”.
Gerusalemme Est sta vivendo una situazione molto difficile, mi sembra.
“Gerusalemme est è un posto davvero triste. Durante 50 anni di dominazione israeliana abbiamo trasformato una città tranquilla, bella e piacevole in un insieme di quartieri degradati e impoveriti. L’80% degli abitanti palestinesi di Gerusalemme vive ormai sotto la soglia di povertà, e sotto pressione continua: (altro…)

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“Il bambino che non voleva essere lupo” di Sabina Antonelli è in ricordo di Vittorio Arrigoni, ucciso a Gaza nel 2011. «Una voce che parla ancora. Una voce che forse non tacerà mai finché ci sarà tanta ingiustizia e tanto dolore in quella terra che ha amato e che ha insegnato ad amare» scrive di lui Patrizia Cecconi. Il ricavato del libro, che è una fiaba illustrata per grandi e bambini, andrà alla Fondazione Vik Utopia, la onlus che realizza progetti che tengono vivo lo spirito di Vittorio, il bambino che non voleva essere lupo.bambinolupo_vik
Il volume è edito da “Segni e parole”, autrice e illustratrice Sabina Antonelli, 12 euro. Viene spedito in una o più copie per via postale. Per richiederlo scrivere a egidiaberetta@tiscali.it

Leggi di seguito il bellissimo ricordo di Vittorio pubblicato da Patrizia Cecconi in Nena News

Era il 2010. Esattamente il 31 maggio. In cinque compagne e in modo piuttosto riservato seguivamo l’azione della prima Freedom Flotilla.

Cercavamo di sollecitare l’attenzione della stampa, convinte che fosse l’unico modo per proteggere gli attivisti che si erano imbarcati per portare aiuti umanitari ai Gazawi assediati e, soprattutto, per denunciare e rompere l’assedio israeliano.
Erano tempi in cui le riunioni alla Rete Romana, che avevamo costituito ufficialmente da non molto, erano più o meno quotidiane e molto vivaci. Non mancavano screzi e contrasti anche forti, come ben si addice a ogni gruppo che abbia valori di sinistra perché, come si sa, senza contraddizione non c’è vita! Ma la Rete aveva senso di esistere e quindi resisteva superando le contraddizioni.
I media in linea di massima ignoravano la missione della Freedom. Fino al 31 maggio. Poi le cose, almeno per qualche giorno, sarebbero cambiate. (altro…)

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In seguito alla polemica alimentata da Israele sulla risoluzione recentemente approvata dell’UNESCO a difesa dei luoghi santi in Gerusalemme e non solo, riteniamo che molti mezzi di informazione non abbiano presentato in modo chiaro la questione, alimentando al contrario la confusione.
Non si può giudicare senza sapere che:
•Israele è una potenza occupante, che come tale viola ripetutamente il diritto internazionale;
•la Spianata delle Moschee a Gerusalemme è un luogo regolato dall’accordo sottoscritto fra Giordania, che ha la responsabilità del luogo sacro ai Musulmani, e Israele.
Pubblichiamo dunque il testo integrale della Risoluzione, leggete e giudicate voi.
In grassetto nel testo della risoluzione le parti che affermano esplicitamente l’importanza che Gerusalemme e le sue mura detengono per le tre religioni monoteiste.
Potete scaricare sia il testo della risoluzione-originale-in-inglese sia la versione-italiana, per cui ringraziamo Globalist.

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israele-palestina-la-guerra-dell-acqua_medium
foto: aljazeera.com
Dal 21 al 23 Settembre, la città di Venezia ha ospitato la fiera WATEC, un incontro principalmente business to business tra aziende che si occupano di tecnologie idriche. La fiera nel Pala Expo di Marghera, visitabile comprando un biglietto dal costo di circa 100 euro, è stata organizzata dalla società Israeliana Kenes Exhibition. E’ la prima volta che l’evento si tiene in Europa: nato a Tel Aviv, WATEC ospita molte aziende israeliane che sono in prima fila nella realizzazione e nella vendita di tecnologie idriche, dalla gestione delle acque reflue alla desalinizzazione dell’acqua.
Tra queste, l’azienda statale israeliana Mekorot, una delle dieci aziende dell’acqua più potenti al mondo. La Mekorot nacque nel 1937, ovvero 11 anni prima della nascita dello Stato di Israele. Già questo è un dato importante, che fa riflettere sull’esistenza di un progetto politico a lungo termine per la costruzione di uno stato, legato anche al controllo dell’acqua. Come la stessa azienda riconosce nel proprio sito web, l’acqua è un bene fondamentale, una “condizione essenziale per la vita”. Proprio questo è uno dei punti di partenza dell’intervento di Renato Di Nicola- del forum italiano dei movimenti per l’acqua- nel corso dell’incontro “H2Occupation”, che si è tenuto a Venezia Lunedì 19 Settembre. A questo evento hanno partecipato anche Amira Hass, giornalista israeliana per il quotidiano Haaretz e per Internazionale, e Stephanie Westbrook, rappresentante del movimento BDS (Boycott, Divestment,Sanctions).
“H2Occupation” nasce in risposta alla fiera WATEC di Venezia, per sensibilizzare circa la situazione idrica in Israele e Palestina. Infatti, da decenni si assiste ad un vero e proprio processo di espropriazione delle risorse naturali palestinesi, nello specifico in questo caso delle risorse idriche, a favore dello Stato di Israele.
La giornalista Amira Hass, osservando il pubblico con aria greve, ha descritto la situazione a partire dai dettagli più piccoli, e al tempo stesso, più evidenti: “Come posso distinguere una casa palestinese da una israeliana? Ebbene, una casa palestinese avrà sempre un serbatoio d’acqua, nero e cilindrico, sul tetto, al contrario di quella israeliana. Inoltre, se una casa è circondata da un giardino verde e rigoglioso, si tratterà di una casa israeliana; non perché a noi israeliani piaccia di più la clorofilla, ma perché i palestinesi dispongono di una quota di acqua, oltre la quale i rubinetti rimangono secchi”, spiega la Hass, che vive da 25 anni a Ramallah, la capitale amministrativa della Cisgiordania. Amira è un esempio estremamente isolato di cittadina israeliana che vive in Palestina (altro…)

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