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Posts Tagged ‘Nucleare’


Di seguito l’intervista di Emilio Vanoni, presidente di un Comitato di accoglienza per i “bambini di Chernobyl” al presidente di Mondo in Cammino, Massimo Bonfatti. Come dice Bonfatti, sarebbe ora di renderci conto che ciò che è accaduto a Chernobyl ci riguarda più di quanto pensiamo. “Noi, come i “bambini di Chernobyl” siamo oramai sottoposti ad una fallout generalizzato che sta accumulando più lentamente (rispetto a loro) e progressivamente, a piccole dosi, radionuclidi nel nostro organismo.”

Come è la situazione in questo momento a livello generale nelle zone contaminate della Bielorussia?

La situazione non è assolutamente in via di risoluzione. I dati sulla reale contaminazione del terreno non si conoscono (e forse non si conosceranno mai). La politica di minimizzazione del rischio è una cosa, la realtà un’altra.  Bisogna tenere presente che la contaminazione di Chernobyl (riferendomi alla Bielorussia) non è stata un fallout, ma un ri-fallout. Mi spiego. Nella seconda metà degli anni ’80 del secolo scorso, il professore Bandazhevsky trovò in una biblioteca un libro: “Il fall out globale del Cesio137 e l’uomo”. Il libro, edito nel 1974 da Atomizdat di Mosca e stampato in 1.655 esemplari, riportava gli studi e le osservazioni di diversi studiosi sulla migrazione del Cesio137, a seconda del tipo di terreno, nelle varie radici delle piante e, di conseguenza, esaminava le cause dell’aumento dell’incorporazione del Cesio137 nel corpo degli abitanti rurali di alcune province dell’Unione Sovietica. In più a pagina 37 riportava una cartina con il fallout del Cesio137 in una zona particolare, definita “Poles’e”, ovvero, lungo la linea Brest- Gomel quella fascia di territorio che comprende i confini meridionali della Bielorussia e quelli nord occidentali dell’Ucraina. Per quanto riguardava la Bielorussia la cartina assumeva un respiro più ampio inglobando gli ultimi territori meridionali delle province di Minsk e Mogilev e completamente quelli delle province di Brest e Gomel. Nella cartina erano riportate le seguenti località: Brest, Kobrin, Pinsk, Luninets, Recitsa, Bobruisk, Baranovichi. Bragin, Khoiniki, fino giù alla stessa Chernobyl in Ucraina. Il professore capì subito che le cartine diffuse subito dopo l’incidente di Chernobyl sulle ricadute radioattive, non erano nient’altro che la riproposizione dei fallout dei precedente test atomici in atmosfera, di cui si era taciuto e di cui si era tentato di farne sparire le tracce. E per di più a Bandazhevsky fu chiaro perché subito dopo il fallout di Chernobyl venne registrata una percentuale notevole di cancri tiroidei. La situazione, creatasi in seguito alle ricadute degli isotopi dopo l’incidente, non era niente altro che lo specchio fedele delle risultanze dei suoi esperimenti: il fallout, precedente all’incidente di Chernobyl, aveva già innestato un processo di mutagenesi in molti individui; dopo Chernobyl un isotopo labile come lo Iodio131 colpendo, in questi individui, le cellule in preda a mutagenesi, si era trasformato in isotopo “provocatore” dei geni che, fino a quel momento, erano riusciti a svolgere una funzione vicariante senza dare segno di malattie o malformazioni. E, in previsione, bisognava aspettarsi l’azione di un altro  agente provocatore su cui stava lavorando il professore: non il labile Iodio131, bensì il più temibile Cesio137.
Questo significa che se, dopo il 1986, le patologie che si erano subito evidenziate erano conseguenza dei fallout degli anni ‘60 che avevano indotto quella mutagenesi slatentizzata in malattie dal nuovo fallout di Chernobyl, ora (2013) continuano a manifestarsi quelle patologie per cui nulla può il potere vicariante dell’organismo collassato dall’esposizione ad una dieta a base di radionuclidi: radionuclidi presenti nei terreni e nella dieta di molte famiglie che vivono nelle zone contaminate (famiglie, per di più, sottoposte a fallout subentranti, come quello di Fukushima, che,  a differenza di altre zone ed altri paesi, induce più in fretta – negli individui che vivono già in zone contaminate – il superamento della soglia di “tolleranza”). (altro…)

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Riceviamo un preoccupato e documentato messaggio da Alfonso Navarra, vicepresidente dell’Associazione Energia Felice (ARCI)  che pubblichiamo di seguito. L’argomento è l’arsenale atomico dislocato sul territorio italiano.

Le popolazioni lombarda e  friulana sono più da vicino coinvolte dalle armi atomiche B-61 in dotazione agli squadroni dell’aviazione americana ed impiegabili secondo il concetto NATO della condivisione nucleare.
I pacifisti lombardi, a partire da Brescia e dintorni, con Ghedi, e friulani ,a partire da Pordenone con Aviano,  hanno più responsabilità dirette nella lotta per rispedire le armi atomiche al mittente americano. Ma il problema è, nella sua importanza, attualità ed urgenza, di tutti gli italiani ed europei, non possiamo fare i distratti su questo punto basilare.
Leggendo l’International Herald Tribune del 28 maggio 2013, sono stato colpito da un commento del direttore che, facendo i dovuti collegamenti e le dovute riflessioni che su essi possono essere innestate, mette in rapporto Aviano (e Ghedi) con il disarmo atomico mondiale.
L’editoriale si intitola “SPLURGING ON NUKES” (Sperperi sulle armi nucleari) e lo riporto nel file allegato  con una mia approssimativa traduzione (il mio inglese non è di alto livello!).
Va anche considerata, a completare il quadro,  una recente informativa del quotidiano inglese “The Guardian” (21 aprile 2013) sul riadattamento delle B61, per poterle utilizzare come armi teleguidate montate sui cacciabombardieri F-35, che riporto anche essa nel pezzo originale di Julian Borger –  tradotto alla meno peggio in italiano dall’inglese – e  nella sua citazione da un articolo di panorama.it.
 La vicenda può essere riassunta nel seguente modo (non la faccio tanto lunga!):
1- Si stanno ammodernando con oltre 10 miliardi di dollari le B-61 a Ghedi (20) e ad Aviano (50) con testate nucleari adatte al trasporto degli F-35.
2- I repubblicani del congresso USA ratificano il “New START” (Trattato per la riduzione delle armi strategiche) solo perché Obama ha stanziato 80 miliardi di dollari per l’ammodernamento dell’arsenale nucleare strategico e tattico.
3- Ma a questo punto sono i russi, già irritati per il sistema antimissile in Polonia e Romania (quello che i cechi hanno rifiutato grazie ad una potente mobilitazione popolare), prendendo spunto dall’ammodernamento delle “tattiche” in Europa, a fare problemi sulla entrata in vigore del Trattato in questione minacciando una possibile disdetta.
Ogni tanto infatti da Mosca, a varie riprese, ed anche il groviglio siriano e mediorientale è complice in questo,  giungono dichiarazioni sulla possibile uscita dall’accordo con gli USA  perché la Russia vede nelle mosse americane non dei comportamenti distensivi ma al contrario minacciosi (e questo aspetto  anche l’editoriale dell’IHT lo mette in rilievo).
Basta visitare il sito di “Russia Oggi” (www.russiaoggi.it) per trovare molti articoli preoccupati in questo senso, sottolineanti come la “buona volontà russa” venga sistematicamente frustrata da fattori che non favoriscono la partecipazione di Mosca alla lotta per l’azzeramento delle armi nucleari.“
Chiariamo brevemente, già che ci siamo, la situazione dei Trattati tra USA e Russia: il Trattato sulla limitazione dei sistemi balistici è del 1972; l’Accordo provvisorio sulla limitazione delle armi offensive strategiche (SALT 1) è dello stesso anno; il Trattato sui missili europei a medio raggio (INF) – ricordate i Cruise di Comiso? – è del 1987; il Trattato sulla riduzione e sulla  limitazione delle armi offensive strategiche e quello sulla ulteriore riduzione e limitazione di tali armi (START 1 stipulato nel 1991 e venuto a scadenza nel 2009, e START II, 1993 non entrato in vigore e di fatto superato dal trattato SORT del 2002) sono ora ricompresi nel New Start del 2010 di cui ci stiamo occupando, che avrebbe durata decennale.
Albert Einstein disse a suo tempo che “o avremmo eliminato le armi atomiche o queste avrebbero finito per eliminare l’umanità”.
Il New Start non porta alla cancellazione totale degli ordigni perché fissa solo dei limiti (ad es. il tetto di 1.550 tra testate e bombe nucleari), ma è pur sempre un passo avanti da non disprezzare.
Stiamo giustamente protestando contro il programma di acquisto degli F35 perché, oltretutto, li consideriamo uno spreco inaccettabile in un momento di scarsità di risorse e di crescente ingiustizia sociale aggravate dalla crisi economica in atto.
A maggior ragione non dobbiamo permettere ordigni nucleari sul nostro territorio e ancor più non permettere che vengano sostituite le vecchie bombe atomiche con munizioni più moderne adattate alle missioni degli F35.
Dobbiamo, come Paese che “ripudia la guerra” e che quindi si impegna – questa è la corretta interpretazione della Costituzione –  per la difesa armata solo dei propri confini, rispettare il Trattato di non proliferazione nucleare, che prevede l’impegno a non ospitare ordigni nucleari sul proprio territorio.
Il sottoscritto, insieme ai miei compagni di studio, ma soprattutto di azione e resistenza nonviolenta, da via Pichi a Milano (la Campagna OSM-DPN in particolare con la sua articolazione “Fermiamo chi scherza col fuoco atomico), con la collaborazione dell’Associazione Energia Felice (ARCI), siamo pronti ad aiutare e sostenere chiunque in ogni sede sollevi la questione ed intenda battersi per risolverla una volta per tutte.
Alfonso Navarra – vicepresidente Associazione Energia Felice (ARCI)

Il telefono dell’ufficio della Campagna OSM-DPN è lo 02-50101226 (chiamare i pomeriggi, escluso sabato e domenica, dalle 15.00 alle 19.00).
Documentazione nel file allegato (editoriale International Herald Tribune con traduzione, articolo di The Guardian con traduzione, articolo Panorama.it)

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Riportiamo di seguito il comunicato stampa di Massimo Bonfatti, Presidente di Mondo in Cammino, sul crollo di un tetto della centrale di Chernobyl.

La notizia del 13 febbraio 2013 sul crollo di un tetto alla centrale nucleare di Chernobyl, ha sollevato diverse e diffuse preoccupazioni, tranquillizzate poi dalle affermazioni delle autorità ucraine sull’assenza di incremento dei livelli locali di radioattività. La maggiore attenzione si è concentrata sulla necessità di finire il più in fretta possibile l’arco (shelter) che dovrebbe contenere il vecchio sarcofago, il quale con la presenza di oltre 1.000 metri quadri di crepe sulla propria struttura, diffonde tutt’intorno polveri radioattive.
L’attenzione giusta, ma prevalente, sulla necessità di confinare nel più breve tempo possibile le emissioni radioattive e di prevenire il collasso della preesistente struttura (il sarcofago), stanno, in parte, distogliendo l’attenzione da quanto avviene “sotto terra”.
Il sarcofago di contenimento è stato costruito utilizzando, oltre le parti rimanenti del reattore esploso, 300.000 tonnellate di cemento e 1.000 tonnellate di strutture metalliche: il peso sulle fondamenta del reattore esploso è aumentato di 10 volte (dalle 20 alle 200 ton/mq), per cui il reattore è sprofondato di 4 metri.
Questo sprofondamento ha messo in contatto il materiale radioattivo con le falde acquifere tributarie dei fiumi Pripyat e Dnepr che convogliano le loro acque nel Mar Nero e che fungono da bacino idrico per 30 milioni di persone; bisogna, poi, far notare che, ad aggravare la situazione, vi sono le conseguenze degli 800 siti di smaltimento di scorie radioattive, allestiti in emergenza subito dopo l’esplosione. Inoltre, all’interno del sarcofago sono presenti: 180 tonnellate di combustibile e pulviscolo radioattivi, 11.000 metri cubi e 740.000 metri cubi di macerie altamente contaminate La radioattività totale supera i 20 milioni di curie. Tale situazione interna del reattore, unita ad un sufficiente grado di sismicità territoriale, pone doverosamente all’attenzione – senza enfasi eccessive, ma con reale pragmatismo – la possibilità di esplosioni che, se eventualmente contenute dallo shelter, potrebbero, invece,  fare propagare la radioattività attraverso altre vie d’uscita, come quella sotterranea.
L’attenzione mediatica riaccesa dalla caduta del tetto alla centrale nucleare di Chernobyl deve portare ad una valutazione generale sui rischi globali, compresi quelli sotterranei, partendo necessariamente da una seria analisi delle acque del fiume Dnepr nel suo defluire verso il Mar Nero, perché il rischio di contaminazione per via acquatica – come ci sta insegnando Fukushima – pone sfide diverse legate anche (e proprio) alla maggior diffusione e propagazione dei radionuclidi, rafforzate dalla maggiore lentezza e dispersione che, nel tempo, renderanno ubiquitaria la stessa diffusione (Mar Nero, Mediterraneo e così via).
E’ assolutamente necessario spingere i governi mondiali a finanziare stazioni di rilevazione, affidate ad enti indipendenti, per il monitoraggio radioecologico delle acque del vasto bacino formato dalle acque del fiume Prypiat e Dnepr (e poi dallo stesso Dnepr a dai suoi bacini artificiali in Ucraina) allo scopo di vigilare sulla salute di 30 milioni di persone (il bacino idrografico del solo Dnepr comprende un’area di 516.000 km² ed è il terzo in Europa per ampiezza, dopo il Volga e il Danubio) e, in prospettiva, sulla possibile contaminazione di tutto il bacino del Mediterraneo.
Massimo Bonfatti, Presidente di Mondo in Cammino

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Un vecchio dottore giapponese scampato alla bomba atomica
Tomokazu Kosuga in VICE.com

hiroshima and nagasaki today

Il Giappone è ancora oggi, l’unico Paese del mondo ad essere stato vittima della bomba atomica. Da quel giorno in cui i demoni furono sganciati sulle città di Hiroshima e Nagasaki, nell’agosto del 1945, il Paese continua a soffrirne le conseguenze in silenzio. Un dottore ultranovantenne, un hibakusha [che in giapponese significa un ‘sopravvissuto alla bomba’], continua a urlare al mondo i pericoli e la barbarie della bomba atomica. Il suo nome è Shuntaro Hida.
Il primo agosto 1944, un anno prima del bombardamento, il Dottor Hida fu assegnato all’ospedale militare di Hiroshima come medico. Ha assistito all’impatto della bomba a meno di sei chilometri dall’epicentro, e da allora ha visto tutto quello che un medico specializzato nel trattamento delle vittime della bomba può vedere con i suoi occhi. Il Dott. Hida conosce bene gli effetti della bomba—non solo dalla prospettiva di chi era lì, ma anche dalla prospettiva di un medico militare specializzato. Non vi sorprenderà dunque che nel tempo quasi 6.000 pazienti affetti da disturbi legati alle radiazioni si siano rivolti a lui per una consulenza.
Cosa è successo allora quel giorno a Hiroshima? VICE ha parlato con il Dott. Hida, che di quell’esperienza ricorda ogni dettaglio.
VICE: Come riuscì a sfuggire all’impatto diretto della bomba, anche se si trovava a Hiroshima?
Dr. Hida: La notte prima del 6 agosto stavo dormendo sul mio futon, quando qualcuno all’improvviso mi svegliò. Era un vecchio che veniva dal villaggio di Hesaka, a qualche miglio da Hiroshima. La sua nipotina aveva una disfunzione della valvola cardiaca e spesso aveva degli attacchi, per cui mi recavo regolarmente al villaggio a darle un’occhiata. Quella notte ne aveva avuto un altro, allora montai sulla bici del vecchio, e mi feci portare sul posto. Mi allontanai da Hiroshima giusto in tempo per sfuggire all’impatto diretto. Sono stato esposto alle radiazioni, ma da una distanza di circa cinque chilometri e mezzo dall’epicentro.
Ma lei vide il momento in cui la bomba colpì la città?
Sì. Credo di essere tra i pochi che lo videro con i propri occhi e poi ebbero la possibilità di scrivere la propria esperienza, perché la maggior parte degli abitanti di Hiroshima è rimasta uccisa nell’istante stesso in cui ha visto quel fulmine di luce accecante. Ti spiego come andò. Passai la notte in casa del vecchio a tenere d’occhio la bambina. La mattina dopo decisi di darle un sedativo prima di andare via, perché se si svegliava piangendo rischiava di avere un altro attacco. Presi una piccola siringa dalla tasca, e la sollevai davanti a me, premendo in modo da far uscire un po’ di liquido. In quel momento vidi un aereo che sorvolava Hiroshima, proprio di fronte a me.
Doveva essere Enola Gay. Ci racconti quello che vide quando la bomba colpì Hiroshima.
La prima cosa che vidi fu la luce. Era così intensa che sono rimasto accecato per un attimo. In quello stesso momento sono stato travolto da un calore molto forte. La bomba aveva rilasciato un’onda termica di 4.000 gradi nel momento in cui aveva colpito il suolo. Io entrai nel panico, mi coprii gli occhi, e rimasi accucciato per terra. Non si sentiva nulla, lo stormire degli alberi si era fermato. Sentii qualcosa muoversi, allora guardai prudentemente fuori dalla finestra, nella direzione da cui era venuta la luce. Il cielo era azzurro, e non c’erano nuvole, ma c’era un anello rosso di fuoco su nel cielo, sopra la città! Nel mezzo dell’anello c’era una grossa palla bianca che continuava a crescere come la nuvola di una tempesta—era perfettamente rotonda. Diventava sempre più grande, finché non raggiunse l’anello, e allora esplose tutto, formando un’unica grande palla di fuoco. Era come vedere nascere un nuovo sole. Da piccolo avevo visto l’eruzione del vulcano Asama da vicino, ma questo era molto più forte. (altro…)

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Il Centro per la Pace e la Nonviolenza “Rachel Corrie” ha sottoscritto l’appello sul problema della persistente emergenza nucleare in Italia (depositi temporanei di scorie radioattive, smantellamento di 4 reattori nucleari, il deposito nazionale mai realizzato, ecc.). L’Appello può essere sottoscritto sul sito  SI’ ACQUA PUBBLICA
Vi chiediamo di far circolare e dare la massima diffusione all’appello.

APPELLO AI MOVIMENTI REFERENDARI: L’EMERGENZA NUCLEARE NON È FINITA
La vittoria nelle consultazioni referendarie del 12-13 giugno ha allontanato le minacce immediate, ma non ha affatto chiuso la partita, su nessuno dei fronti aperti.
Assistiamo al costante tentativo di svuotare i risultati dei referendum e stravolgere l’esplicita volontà popolare per quanto riguarda la privatizzazione dei servizi pubblici.
Il referendum sul nucleare ha sventato la minaccia di una ripresa dei programmi di energia nucleare civile nel nostro paese, e rimane forse quello che ha conseguito un risultato più duraturo, anche se non si può escludere che nei prossimi anni il tentativo si ripeta, se non riusciremo a creare un fronte internazionale che sia in grado di battere definitivamente il potere dell’industria nucleare, imponendo la fine della follia nucleare in tutto il mondo. L’obiettivo non è affatto utopistico, se si considera l’aumento dell’opposizione all’energia nucleare in tutti i paesi del mondo; l’insostenibiltà economica, oltre che ambientale, della tecnologia nucleare, che si regge solo sui lauti sussidi pubblici e sull’esternalizzazione di costi scaricati sulla collettività e le generazioni future; le gravissime difficoltà economiche in cui versa l’industria nucleare per il fatto che il tanto decantato rilancio del nucleare non sta affatto avvenendo, e dopo l’incidente dell’11 marzo 2011 in Giappone subirà ulteriori rallentamenti; la persistente minaccia di nuovi gravi incidenti nucleari, che ci riguarda direttamente per la prossimità al nostro paese delle centrali nucleari francesi.. (altro…)

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Il capo dello stato israeliano Peres ieri sera ha chiesto al mondo di agire per fermare i presunti piani militari nucleari dell’Iran. Ha anche invitato il premier Netanyahu alla prudenza. In realtà ha confermato che l’attacco all’Iran si farà. Secondo Michele Giorgio, corrispondente da Gerusalemme per Il Manifesto,  “i quotidiani locali … hanno anche riferito una notizia che riguarda molto da vicino l’Italia. L’aviazione israeliana sta completando l’addestramento per un attacco da portare ad un obiettivo a grande distanza (le centrali iraniane?) usando anche la base Nato di Decimomannu (Sardegna). L’ultima fase dell’esercitazione in Italia, scriveva ieri Haaretz, si è svolta la scorsa settimana, con il convolgimento di sei squadroni di cacciabombardieri e ha riguardato il combattimento, il rifornimento in volo e il monitoraggio delle stazioni radar.”

Gerusalemme, 05 novembre 2011,  Nena News – In apparenza ieri sera è sceso in campo anche il presidente israeliano Shimon Peres per frenare il piano che il premier Netanyahu e il ministro della difesa Barak starebbero mettendo punto per colpire nelle prossime settimane o mesi, con un raid aereo, le centrali atomiche iraniane. Ma l’intervista che ha concesso alla televisione commerciale Canale 2 è stata in realtà un altro tassello di un progetto mediatico di «avvertimento» al mondo. Del tipo: «Agite o attaccheremo». «I servizi d’intelligence di vari Paesi stanno guardando i loro orologi e avvertono i loro leader che non rimane molto tempo. Non so se questi leader mondiali agiranno sulla base di questi avvertimenti», ha avvertito Peres. Poi però ha detto che l’Iran potrebbe essere a sei mesi dal diventare un paese dotato di armi nucleari e tocca ad Israele «avvertire il mondo del pericolo». Certo il capo di stato ha anche consigliato a Netanyahu, «di valutare le varie alternative, di agire con cervello, senza farsi trascinare dai nervi» ma l’impressione è che Peres abbia voluto più di tutto contribuire a creare il clima internazionale idoneo alla giustificazione dell’attacco. L’Iran respinge l’accusa, che viene da Tel Aviv e Washington, di voler produrre non solo energia elettrica ma anche ordigni nucleari nelle sue centrali. Tehran ricorda che Israele è l’unico Stato del Medio oriente che possiede segretamente bombe atomiche e minaccia, in caso di attacco israeliano, una reazione devastante. (altro…)

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Dopo che a metà maggio 2011 diciotto Premi Nobel hanno diffuso The Stockholm Memorandum, in cui richiamano l’urgenza di diminuire l’impatto sul pianeta e raggiungere una maggiore efficienza nell’uso della energia e delle risorse, anche un gruppo di fisici italiani promuove un appello per la sostenibilità

I tragici eventi delle ultime settimane, in Giappone ed in Libia, ci mettono di fronte in maniera drammatica ad un fatto, già largamente previsto: l’intrinseca fragilità del sistema industriale e commerciale che sostiene l’economia globalizzata. Questo sistema si mantiene in funzione mediante processi di grande complessità, che richiedono strutture sempre più complesse. (altro…)

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