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Archive for marzo 2017

Jeff Halper, antropologo, già direttore dell’Icahd (I­srae­li Com­mit­tee Again­st Hou­se De­mo­li­tions), è cofondatore di The People Yes! Network. Vive a Gerusalemme. Leggi l’intervista a cura di Barbara Bertoncin uscita sul numero 237 di UNA CITTÀ di marzo 2017.
All’indomani della cosiddetta legge furto, approvata dal parlamento israeliano, sembrano ormai venute meno le condizioni per una soluzione a due stati; il rischio di uno scenario in cui Israele si annette l’area C, si proclama lo stato palestinese a Gaza e il resto della Cisgiordania diventa un protettorato internazionale; l’unica alternativa: uno stato binazionale e democratico, dove i popoli di entrambe le nazioni si possano sentire a casa e al sicuro. 

Tu da tem­po de­nun­ci co­me in Israe­le-Pa­le­sti­na non ci sia­no più le con­di­zio­ni per una so­lu­zio­ne a due sta­ti.
Ab­bia­mo tra­scor­so an­ni e an­ni la­vo­ran­do sul­la que­stio­ne pa­le­sti­ne­se. Ovun­que nel mon­do è uno dei te­mi prin­ci­pa­li di cui la gen­te par­la. Ec­co, io di­co che la so­lu­zio­ne a due sta­ti è an­da­ta. È mor­ta. Ed è co­sì da an­ni. Il pro­ble­ma è che la si­ni­stra non ha an­co­ra de­fi­ni­to un nuo­vo obiet­ti­vo da rag­giun­ge­re. Qual è il no­stro pro­get­to?
Io ho scrit­to mol­to su quel­la che ri­ten­go deb­ba es­se­re la via da per­cor­re­re una vol­ta ve­nu­ta me­no l’op­zio­ne dei due sta­ti. Dob­bia­mo pun­ta­re a uno sta­to de­mo­cra­ti­co bi­na­zio­na­le.
Que­sta è la mia idea, ce ne so­no al­tre in gi­ro. Pur­trop­po la si­ni­stra non si espri­me, in­clu­si i pa­le­sti­ne­si, e noi sia­mo bloc­ca­ti, per­ché io non pos­so ri­ven­di­ca­re nul­la in no­me dei pa­le­sti­ne­si, pos­so spin­ger­mi so­lo fi­no a un cer­to pun­to, ma non pos­so rap­pre­sen­tar­li.
Con­ti­nuo a par­te­ci­pa­re a gran­di con­ve­gni, fra un pa­io di set­ti­ma­ne sa­rò in Ir­lan­da a in­ter­ve­ni­re sul di­rit­to in­ter­na­zio­na­le e i pa­le­sti­ne­si. Gli in­con­tri si sus­se­guo­no, c’è la cam­pa­gna BDS (boi­cot­tag­gio, di­sin­ve­sti­men­ti e san­zio­ni), ci so­no i dos­sier, i rap­por­ti del­l’O­nu, di Hu­man Rights Wat­ch, di Am­ne­sty e mi­lio­ni di al­tri grup­pi dif­fe­ren­ti, c’è la pro­te­sta… Ec­co, il pun­to è che ci so­no so­lo pro­te­ste e do­cu­men­ti! Non c’è un mo­vi­men­to po­li­ti­co pro-at­ti­vo. Non si fa nul­la di po­li­ti­co.
Israe­le non ha più l’ap­pog­gio in­con­di­zio­na­to da par­te del­la co­mu­ni­tà in­ter­na­zio­na­le. Trump si pro­cla­ma suo ami­co, ma non so­no cer­to lo sia dav­ve­ro.
Io con­ti­nuo ad an­da­re al­l’e­ste­ro a par­la­re, e la gen­te mi di­ce: va be­ne, ti ascol­tia­mo da ven­t’an­ni, sap­pia­mo tut­to, ab­bia­mo ca­pi­to, l’oc­cu­pa­zio­ne è una brut­ta co­sa, vìo­la i di­rit­ti uma­ni…  Ma dic­ci co­sa vuoi, dic­ci co­sa vo­glio­no i pa­le­sti­ne­si e gli israe­lia­ni di si­ni­stra. Dic­ci co­sa fa­re e lo fa­re­mo.
Boi­cot­ta­re So­da­stream non li­be­re­rà la Pa­le­sti­na. Ri­pe­to, ser­ve un obiet­ti­vo po­li­ti­co. Il pro­ble­ma è che noi di si­ni­stra non ci ve­dia­mo dav­ve­ro co­me at­to­ri po­li­ti­ci: com­men­tia­mo, ana­liz­zia­mo, scri­via­mo, ma non ci but­tia­mo, non ci im­pe­gnia­mo in un pro­ces­so po­li­ti­co. Co­sì la­scia­mo il ter­re­no li­be­ro a Ne­ta­nya­hu e al­la de­stra.
Pen­so che sia ora di fer­mar­si e for­mu­la­re un’i­dea: do­ve stia­mo an­dan­do? Co­sa vo­glia­mo? Io non vo­glio pas­sa­re l’in­te­ra vi­ta a ri­co­strui­re l’en­ne­si­ma ca­sa o a scri­ve­re l’en­ne­si­mo ar­ti­co­lo.
Tan­to più che so­no con­vin­to che ci sa­reb­be­ro le con­di­zio­ni per ri­lan­cia­re. Il fat­to di es­ser­ci li­be­ra­ti del­la so­lu­zio­ne a due sta­ti è po­si­ti­vo, chia­ri­sce la si­tua­zio­ne. Pe­rò bi­so­gna agi­re, al­tri­men­ti avrà vin­to la de­stra.
Nel­le scor­se set­ti­ma­ne il par­la­men­to israe­lia­no ha ap­pro­va­to una leg­ge per “re­go­la­riz­za­re” gli in­se­dia­men­ti ebrai­ci e le ca­se edi­fi­ca­te su ter­re­ni pri­va­ti. I pa­le­sti­ne­si han­no par­la­to di “fur­to le­ga­liz­za­to”.
Io pen­so che Israe­le si an­net­te­rà l’A­rea C, la zo­na del­la Ci­sgior­da­nia sot­to il pie­no con­trol­lo israe­lia­no, ma­ga­ri non tut­ta, ma la mag­gior par­te de­gli in­se­dia­men­ti. Co­min­ce­rà in pic­co­lo, con Ma’a­le Adu­mim e l’a­rea cir­co­stan­te, che è stra­te­gi­ca, e al­la fi­ne fa­rà lo stes­so con tut­ti gli in­se­dia­men­ti.
La de­stra ha sem­pre vo­lu­to pren­der­si l’A­rea C. Cir­ca il 95% dei pa­le­sti­ne­si so­no sta­ti con­fi­na­ti al­le aree A e B, e so­no po­chis­si­mi quel­li ri­ma­sti nel­la C. Dun­que vo­glio­no an­net­ter­la. C’è sem­pre sta­ta un’op­po­si­zio­ne a que­sto, per­si­no da par­te di Oba­ma. Que­sta leg­ge apre que­sta stra­da. Di­ce che gli ebrei israe­lia­ni pos­so­no pren­der­si qual­sia­si ter­re­no pa­le­sti­ne­se vo­glia­no, of­fren­do in cam­bio una com­pen­sa­zio­ne eco­no­mi­ca. In real­tà cre­do che la Cor­te su­pre­ma israe­lia­na non la la­sce­rà pas­sa­re per­ché è dav­ve­ro trop­po. Co­sa suc­ce­de­rà al­lo­ra? Che il go­ver­no di­rà: “Va be­ne, se non pos­sia­mo fa­re co­sì, do­vre­mo an­net­te­re l’a­rea C po­li­ti­ca­men­te”. Sa­rà una de­ci­sio­ne po­li­ti­ca, che non ha nul­la a che ve­de­re con le cor­ti; in­som­ma, te­mo che que­sta leg­ge, in qual­che mo­do, dia al­la de­stra una scu­sa per pro­ce­de­re con le an­nes­sio­ni. Di­ran­no: “Noi vo­le­va­mo so­lo la ter­ra, ma vi­sto che non pos­sia­mo, sia­mo co­stret­ti ad an­net­te­re”. (altro…)

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