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Archive for maggio 2015

Ci viene detto che non possiamo più permetterci di mantenere i livelli di prestazione finora garantiti dal nostro sistema di sicurezza sociale a causa della crisi economica, al contempo è difficile capire a quanto davvero ammontino le nostre spese militari. La ricerca di Fabio Alfredo Fontana contenuta nel numero 2/2015 del periodico IRIAD (Istituto di Ricerche Internazionale Archivio Disarmo), ricostruisce il bilancio della difesa italiana nel 2014, che comprende finanziamenti provenienti da diversi ministeri. Ne pubblichiamo di seguito un riassunto, ma potete leggere la ricerca completa di tabelle cliccando qui.

La spesa per la difesa è una componente significativa del bilancio annuale italiano. Essa garantisce la capacità operativa del sistema militare, attraverso personale, mezzi e programmi di investimento. Da tempo l’Italia risulta tra i 15 Paesi con la più alta spesa militare al mondo. I finanziamenti in questo ambito sono da sempre oggetto di dibattito; a venir messo in dubbio è il ruolo geo-strategico dell’Italia e le minacce a cui il Paese sarebbe esposto. Il Libro Bianco della Difesa invocato dal ministro Roberta Pinotti dovrebbe assurgere a modello guida delle politiche militari in una prospettiva di medio-lungo periodo, facendo chiarezza su un programma che attualmente disattende le richieste sia di militaristi che antimilitaristi e che è caratterizzato da tagli del budget e sprechi di denaro. L’assenza di una strategia di politica di difesa volta all’efficienza appare evidente dal modo in cui la Legge di Stabilità 2015 ha ignorato la razionalizzazione della spesa prevista dalla Legge Di Paola del 2012. La capacità militare italiana gode inoltre di finanziamenti “paralleli” che esulano dal Ministero della Difesa (primi fra tutti quelli elargiti dal Ministero degli Affari Esteri tramite il Fondo per le missioni internazionali) e che rendono poco trasparente l’operato del governo in materia. Le alleanze italiane in ambito internazionale (UE, NATO e ONU) hanno infine un peso considerevole nel determinare gli obiettivi e gli investimenti del settore.

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Pubblichiamo l’appello urgente lanciato dall’associazione Mondo in Cammino

E’ DOVERE DI TUTTA LA COMUNITA’ INTERNAZIONALE METTERE URGENTEMENTE IN SICUREZZA LA ZONA DI ESCLUSIONE DI CHERNOBYL
Il recente incendio sviluppatosi alla fine di aprile nella zone di esclusione di Chernobyl in Ucraina, impone la necessità di lanciare un appello urgente per la sua messa in sicurezza.
L’incendio ha incominciato a svilupparsi il 26 aprile (giorno, per ironia della sorte, dell’anniversario dell’incidente nucleare) e non il 28 come annunciato ufficialmente dalle autorità ucraine; è stato estinto il 2 maggio in mattinata ed ha riguardato un’estensione di 113 km2 e non solo di 4 km2 (28 volte di meno) come dichiarato dal primo ministro ucraino.
L’incendio ha sollevato in aria radionuclidi che si sono diffusi nei paesi vicini, in particolare in Bielorussia (in cui il pennacchio radioattivo è penetrato, in maniera composita, per oltre 60 km nella provincia di Narovlja in direzione di Mozyr) e Russia (interessando dapprima, per ragioni di contiguità, la provincia di Novozybkov della regione di Bryansk).

cernobyl  E’ difficile stabilire e prevedere la diffusione globale,  ma una ricerca del Norwegian Institute for Air  Research  ha dimostrato che incendi di tale portata  (come quelli avvenuti nel 2001, 2008, 2010) hanno  mobilizzato dal 2 all’8% del Cesio137 liberato  dall’incidente del 1986 e che le nuvole generatesi si  sono spinte, al Nord, fino alla Scandinavia e, al Sud,  fino alla Turchia.
A proposito della inevitabile diffusione degli aerosol  radioattivi dell’ incendio, l’IRSN (Istituto di  Radioprotezione e Sicurezza Nucleare) ha dichiarato  che c’è da aspettarsi un aumento di 3 volte della radioattività in Francia, a partire dalle 2 settimane successive all’evento.
In ogni caso, tutti gli incendi, che si sviluppano nella zona di esclusione, sollevano radionuclidi, la cui successiva diffusione e deposito al terreno dipendono dalla vastità dell’incendio stesso, dalla porzione di area interessata (su 260.000 ettari, il 65-70% è rappresentato da foreste), dallo sviluppo in altezza e dagli eventi atmosferici (velocità del vento, precipitazioni).
Questo assunto rende scandaloso il fatto che non sia stata lanciata un’allerta alla popolazione presumibilmente coinvolta, tramite consigli riguardanti facili comportamenti quotidiani, raccomandazioni alimentari, elementari azioni per contrastare o antagonizzare i radionuclidi. (altro…)

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breakingthesilence1   Presentato ieri il rapporto della ong Breaking the Silence. Decine di  testimonianze di soldati e ufficiali descrivono la violazione sistematica del diritto  umanitario e delle leggi internazionali da parte delle forze armate israeliane durante  l’offensiva Margine Protettivo contro Gaza. Leggi l’articolo di Michele Giorgio – Il  Manifesto, pubblicato in Nena News il  5 maggio 2015.

Yehuda Shaul è indignato. Si affanna a denunciare le violazioni del diritto umanitario e delle convenzioni internazionali il fondatore di Breaking the Silence, l’ong israeliana che, grazie alle testimonianze di soldati e ufficiali disposti a “rompere il silenzio”, squarcia il velo delle motivazioni ufficiali delle operazioni militari contro Gaza e nel resto dei Territori palestinesi occupati.
«Un tempo nelle forze armate (israeliane)», ci dice Shaul, ha poco più di 30 anni ma ne dimostra tanti di più, «quando ti spiegavano le regole d’ingaggio, ti dicevano che un uomo armato è diverso da un civile. Ora non più. L’ultima operazione contro Gaza, Margine Protettivo, dice che quella distinzione non viene più fatta. A Gaza c’è stato un fuoco indiscriminato contro tutto e tutti, in qualsiasi circostanza, anche senza pericoli o rischi per i soldati».
Ieri Yehuda Shaul e Yuli Novak, la presidente di Breaking di Silence, hanno presentato l’ultimo rapporto dell’ong – “This is How We Fought in Gaza” – che contiene oltre 60 testimonianze di militari, tra i quali diversi ufficiali, protagonisti di Margine Protettivo, e denuncia la violazione sistematica delle leggi internazionali a tutela dei civili durante la guerra. «Raccogliendo quelle testimonianze abbiamo compreso perché a Gaza siano rimasti uccisi oltre 2 mila palestinesi, tra i quali così tanti civili, e perchè siano state causate distruzioni così immense», dice Shaul. (altro…)

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