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Archive for febbraio 2015

Joe Della Vedova, por­ta­voce dell’ufficio del Pen­ta­gono respon­sa­bile del pro­gramma F-35, ha comu­ni­cato che «l’Italia rimane impe­gnata nel pro­gramma e ad acqui­stare, in tale qua­dro, 90 cac­cia F-35». Solo dopo che la sua dichia­ra­zione è stata ripor­tata dall’agenzia Reu­ters, la mini­stra della Difesa Roberta Pinotti ha con­fer­mato, con un mes­sag­gio su Twit­ter, che «il numero di 90 è stato sta­bi­lito dal pre­ce­dente Governo. Il pro­gramma pro­se­gue secondo l’illustrazione data al Parlamento».Dimen­tica di dire, però, che il governo Renzi si era impe­gnato cin­que mesi fa, in base a una mozione Pd, a «rie­sa­mi­nare l’intero pro­gramma F-35 per chia­rirne cri­ti­cità e costi con l’obiettivo finale di dimez­zare il bud­get» da 13 a 6,5 miliardi di euro, cifra con cui — si stima — si potrebbe acqui­stare, oltre ai 6 già com­prati, al mas­simo una ven­tina di F-35.

Da qui la noti­zia, allora dif­fusa dai media, del «dimez­za­mento» degli F-35. Smen­tita ora dall’annuncio che l’Italia man­tiene l’impegno ad acqui­starne 90, fatto che non ci sor­prende dato che sul mani­fe­sto abbiamo sem­pre soste­nuto che il governo Renzi non aveva alcuna inten­zione di ridurre tale numero. L’Italia si impe­gna ad acqui­stare 90 cac­cia F-35 della sta­tu­ni­tense Loc­kheed Mar­tin — 60 a decollo e atter­rag­gio con­ven­zio­nale e 30 a decollo corto e atter­rag­gio ver­ti­cale — senza cono­scerne il prezzo. Una recente stima del Pen­ta­gono quan­ti­fica in 98 milioni di dol­lari il costo uni­ta­rio della prima ver­sione e in 104 milioni quello della seconda versione. Spe­ci­fica però che il costo è rela­tivo all’aereo «motore non incluso» (come sen­tirsi dire da un con­ces­sio­na­rio che nel prezzo dell’auto non è com­preso il motore). Una stima di mas­sima si può rica­vare dal bilan­cio del Pen­ta­gono, che pre­vede per l’anno fiscale 2015 uno stan­zia­mento di 4,6 miliardi di dol­lari per l’acquisto di 26 F-35, ossia 177 milioni di dol­lari — equi­va­lenti a circa 140 milioni di euro — per ogni caccia. (altro…)

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SHamadi

 

 Shady Hamadi, scrittore, è nato a Milano nel 1988, da mamma italiana e padre siriano. Come dice  lui, la Siria l’ha vista in cartolina per molti anni perché sia lui, sia suo padre sono stati esiliati politici  fino al 1997. Ora sono di nuovo in esilio, causa rivoluzione. Pubblichiamo la lettera apparsa nel suo blog in Il Fatto Quotidiano.

Caro occidentale, in particolare caro italiano,
nel 2010 delle rivoluzioni sono scoppiate a casa mia, nel mondo arabo. Dittature dinastiche sono cadute lasciando spazio, per la prima volta nella storia araba contemporanea, alla possibilità di scelta. Di quale scelta parlo? Mi riferisco alla possibilità di decidere il proprio futuro.
La mia generazione, e quella di mio padre, è cresciuta sotto un solo presidente che, quando è morto, ha lasciato il posto al figlio.
In questi ultimi cinquant’anni il mio mondo è stato attraversato dal nazionalismo arabo, infrantosi alla morte di Nasser, e dall’incubo dei totalitarismi arabi. Ecco, l’Isis non è il primo totalitarismo con il quale mi sono scontrato; ma è la faccia più mediatizzata di un vecchio incubo con il quale ho convissuto. Le atrocità dell’Isis, che tu vedi in televisione, io le ho già vissute: ho visto i massacri nelle carceri arabe, i bombardamenti chimici, gli arresti arbitrari e ho assistito ai genocidi condotti dai nostri regimi ed è per questo che non mi stupisco della barbarie.
La vita di un arabo oggi è molto fragile e vale quanto una tanica di benzina. (altro…)

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Camerun, un centro per il dialogo nella terra di Boko Haram
Gerolamo Fazzini in Vatican Insider

La diocesi di Maroua-Mokolo, nell’estremo nord Camerun, è balzata alla ribalta delle cronache, suo malgrado, perché da mesi vi si susseguono attacchi violenti e massicci delle milizie di Boko Haram che sconfinano dalla confinante Nigeria, seminando morte e terrore. Proprio lì, in una terra martoriata e nell’occhio del ciclone, oggi 16 febbraio verrà inaugurata una «Casa dell’incontro tra cristiani e musulmani» per iniziativa di cattolici, protestanti, ortodossi e islamici locali.

Spiega padre Giuseppe Parietti, missionario del Pime, attivo da lunghi anni in Camerun e segretario della Commissione diocesana dell’ecumenismo e del dialogo interreligioso di Maroua-Mokolo: «Il dialogo interreligioso nella nostra regione non è una novità, perché è da anni che si tessono buoni rapporti tra le varie autorità religiose, inoltre c’è il dialogo di vita, cioè la convivenza pacifica tra le varie popolazioni di fede diversa. Ora però nasce qualcosa di più strutturato e continuativo, soprattutto in questo momento in cui Boko Haram della vicina Nigeria si presenta come alternativa facile alla disoccupazione giovanile reclutando centinaia di giovani camerunesi. Per noi invece è proprio la conoscenza reciproca che può aprire le menti al rispetto dell’altro e a favorire lo sviluppo». (altro…)

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Pubblichiamo l’appello promosso da due profondi conoscitori della realtà africana, Angelo Del Boca, il maggiore storico del colonialismo italiano, e Alex Zanotelli, per lungo tempo missionario comboniano in Africa. E’ possibile aderire all’appello aprendo il link in fondo al post.

L’abbattimento del regime di Gheddafi ha riportato la Libia al clima politico ed economico di due secoli fa, prima della colonizzazione italiana e ancora prima della presenza ottomana. In altre parole, si è tornati a una tribalizzazione del territorio. Scomparsi i confini amministrativi, ogni tribù difende le proprie frontiere e sfrutta le risorse petrolifere.
Non c’è alcun dubbio che Muammar Gheddafi sia stato un crudele dittatore, ma nei suoi 42 anni di regno ha mantenuta intatta la nazione libica, l’ha dotata di un forte esercito e di un’eccellente amministrazione al punto che il reddito pro-capite del libico era il più alto dell’Africa e si avvicinava a quello dei paesi europei. Ma soprattutto ha dato ai libici una fierezza che non avevano mai conosciuto.
A tre anni dal suo assassinio (avrebbe meritato un processo), la Libia è nel caos più completo e già si parla con insistenza di risolvere la questione inviando truppe dall’estero per organizzarvi una seconda, micidiale e sciagurata guerra.
Nel corso della prima infausta guerra, voluta soprattutto dalla Francia di Sarkozy, il paese ha subito danni immensi, 25 mila morti e distruzioni valutate dal Fondo Monetario Internazionale in 35 miliardi di dollari. Poiché le voci di un intervento militare italiano si fanno più frequenti, noi chiediamo alle autorità del nostro Paese di non commettere il gravissimo errore compiuto nel 2011 quando offrimmo sette delle nostre basi aeree e più tardi una flotta di cacciabombardieri per aggredire un paese sovrano, violando, per cominciare, gli articoli 11, 52, 78 e 87 della nostra Costituzione.
In un solo caso l’Italia può intervenire, nell’ambito di una missione di pace e dietro la precisa richiesta dei due governi di Tripoli e di Tobruk che oggi si affrontano in una sterile guerra civile. Ma anche in questo caso l’azione dell’Italia deve essere coordinata con altri paesi europei e l’Unione Africana (Ua), animati soprattutto dal desiderio di riportare la pace in un paese la cui popolazione ha già sofferto abbastanza.
Ci appelliamo al nostro ministro degli esteri Gentiloni, che non si faccia catturare dai venti di guerra che stanno soffiando insistenti. Ma soprattutto chiediamo a tutto il movimento per la pace perché faccia pressione sul governo Renzi affinché l’Italia, come ex-potenza coloniale, porti i vari rivali libici attorno a un tavolo. Questo per il bene della Libia, ma anche per il bene nostro e dell’Europa.
Angelo Del Boca, Alex Zanotelli

firma l’appello

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Sabato 7 febbraio, dalle 9,30 alle 14,00, si svolgerà presso la sala Alessi a Palazzo Marino, Milano, un convegno internazionale dal titolo “Expo: nutrire il pianeta o nutrire le multinazionali ?”
Il convegno del 7 febbraio, organizzato da CostituzioneBeniComuni, il gruppo consigliare Sinistra per Pisapia con l’adesione di Adesso Basta e del Comitato Milanese AcquaPubblica, è l’apertura di un percorso aperto e rivolto a tutti con l’obiettivo di discutere ed avviare delle iniziative in grado di mettere al centro del dibattito nei prossimi mesi il diritto al cibo, all’acqua e la difesa della legalità dagli appetiti speculativi.
Di seguito una lettera aperta su Expo rivolta alle autorità.

Alle Autorità
e p.c. agli esperti invitati all’incontro istituzionale di Milano.

“Allo stato attuale la produzione agricola mondiale potrebbe facilmente sfamare 12 miliardi di persone……. si potrebbe quindi affermare che ogni bambino che muore per denutrizione oggi è di fatto ucciso”
Jean Ziegler, già Relatore Speciale delle Nazioni Unite sul diritto al cibo

Signor presidente del Consiglio,
i giornali ci informano che lei sarà a Milano il 7 febbraio per lanciare un Protocollo mondiale sul Cibo, in occasione dell’avvicinarsi di Expo. Ci risulta che la regia di tale protocollo, al quale lei ha già aderito, sia stata affidata alla Fondazione Barilla Center for Food & Nutrition. Una multinazionale molto ben inserita nei mercati e nella finanza globale, ma che nulla ha da spartire con le politiche di sovranità alimentare essenziali per poter sfamare con cibo sano tutto il pianeta.
EXPO ha siglato una partnership con Nestlè attraverso la sua controllata S.Pellegrino per diffondere 150 milioni di bottiglie di acqua con la sigla EXPO in tutto il mondo. Il Presidente di Nestlé Worldwide già da qualche anno sostiene l’istituzione di una borsa per l’acqua così come avviene per il petrolio. L’acqua, senza la quale non potrebbe esserci vita nel nostro pianeta, dovrebbe quindi essere trasformata in una merce sui mercati internazionali a disposizione solo di chi ha le risorse per acquistarla.
Questi sono solo due esempi di quanto sta avvenendo in preparazione dell’EXPO.
Scriveva Vandana Shiva: “Expo avrà un senso solo se parteciperà chi s’impegna per la democrazia del cibo, per la tutela della biodiversità, per la difesa degli interessi degli agricoltori e delle loro famiglie e di chi il cibo lo mette in tavola. Solo allora Expo avrà un senso che vada oltre a quello di grande vetrina dello spreco o, peggio ancora, occasione per vicende di corruzione e di cementificazione del territorio.”…..continua a leggere 

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