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Archive for luglio 2014

Ad agosto saranno passati trent’anni da quando Paolo Dall’Oglio gettò le basi della comunità monastica di Mar Musa, in Siria. Ma esattamente un anno fa, il 29 luglio 2013, il prete gesuita è scomparso, rapito quasi sicuramente da una milizia jihadista. Era rientrato in Siria di nascosto per mediare la liberazione di alcuni ostaggi, dopo l’espulsione decisa dal regime di Bashar al Assad nel 2012, ricorda Avvenire. Doveva essere una missione breve: qualche giorno nel nord, nella zona di Raqqa, e poi il rientro in Italia.
Ma di lui si sono perse le sue tracce: nessuno ne ha rivendicato il rapimento né ha chiesto un riscatto. Ora la sua famiglia rivolge un appello ai suoi rapitori, anche in inglese, perché facciano conoscere la sua sorte: “È ormai passato un anno da quando non si hanno più notizie di nostro figlio e fratello Paolo, sacerdote, gesuita, italiano, scomparso in Siria il 29 luglio 2013″, dicono il fratello e la sorella. “Tanto, troppo tempo anche per un luogo di guerra e sofferenza infinita come la Siria. Chiediamo ai responsabili della scomparsa di un uomo buono, di un uomo di fede, di un uomo di pace, di avere la dignità di farci sapere della sua sorte. Vorremo riabbracciarlo ma siamo anche pronti a piangerlo. A un anno dalla sua scomparsa, in tanti pregheremo e saremo vicino a lui, a tutti i rapiti, agli ingiustamente imprigionati e alle tante persone che soffrono a causa di questa guerra”.


Durante quest’anno si sono rincorse voci diverse che lo davano per ucciso o in buona salute, ma nessuna è mai stata confermata. Secondo alcune fonti il gesuita romano sarebbe ancora prigioniero nella provincia di Raqqa.
da Internazionale, 28 luglio 2014

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gaza_mediaMentre Gaza brucia e nel vicino Oriente si fanno sempre più forti i tamburi di guerra e le voci dell’odio, scegliamo di pubblicare un illuminante contributo di Susan Abulhawa, scrittrice e attivista sociale palestinese, che evidenzia la doppia misura con cui l’Occidente guarda alla situazione in Israele-Palestina. Possiamo forse concordare con l’editto religioso emanato da Dov Lior, rabbino capo di Hebron e di Kiryat Arba, che sostiene che “mille vite non-ebraiche non valgono l’unghia di un dito di un ebreo”?
Nata nel 1970 da genitori palestinesi profughi dopo la guerra del 1967, Susan Abulhawa vive attualmente negli Stati Uniti ed è autrice del romanzo Ogni Mattina a Jenin (Feltrinelli, 2010) e della raccolta di poesie My Voice Sought the Wind. Ha fondato l’associazione Playgrounds for Palestine, che si occupa di bambini palestinesi.

La bruciante ipocrisia dell’Occidente

Dalla scomparsa di questi ragazzi da Gush Etzion, una colonia per soli ebrei in Cisgiordania, Israele ha posto sotto assedio quattro milioni di palestinesi, che già vivono sotto il suo stretto controllo, compiendo incursioni nelle città, saccheggiando case e istituzioni civili, rubando, effettuando sequestri, ferendo e uccidendo. Aerei da guerra sono stati mandati a bombardare Gaza ripetutamente e in continuazione, distruggendo case e compiendo omicidi extragiudiziali. Fino a oggi, oltre 570 palestinesi sono stati sequestrati e imprigionati, in particolare Samer Issawi, il palestinese che aveva continuato lo sciopero della fame per 266 giorni, in segno di protesta contro una precedente detenzione arbitraria. Almeno dieci palestinesi sono stati uccisi, tra di loro almeno tre bambini, una donna incinta, un uomo malato mentale. Centinaia sono stati feriti, migliaia terrorizzati. Università e organizzazioni per il bene sociale sono state devastate, chiuse, i loro computer e le loro attrezzature distrutte o rubate; documenti pubblici sono stati confiscati dalle istituzioni civili.
Questa ordinaria brutalità è la politica ufficiale dello stato portata avanti dai suoi militari, e non include la violenza verso persone e proprietà compiuta dai coloni israeliani paramilitari, le cui continue aggressioni verso i civili palestinesi sono ancora aumentate nelle ultime settimane. E ora che si è avuta la conferma che i coloni sono morti, Israele si è solennemente impegnata a esigere la vendetta. Naftali Bennet, ministro dell’economia, ha dichiarato: “Non c’è pietà per gli assassini di bambini. Questo è il momento dell’azione, non delle parole.”
Sebbene nessuna fazione palestinese abbia rivendicato la responsabilità del sequestro e la maggior parte di esse, inclusa Hamas, neghi qualunque tipo di coinvolgimento, Benjamin Netanyahu è irremovibile nel sostenere che responsabile è Hamas. Le Nazioni Unite hanno richiesto che Israele fornisca prove a sostegno del proprie affermazioni, ma nessuna prova è arrivata, alimentando dubbi sulle affermazioni di Israele, in particolare alla luce della sua ira riguardo la recente riunificazione delle fazioni palestinesi e l’accettazione da parte del presidente Obama della nuova unità palestinese. (altro…)

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walterfiocchiPubblichiamo l’ultimo articolo scritto da don Walter Fiocchi per il Ceriolino lo scorso mese di giugno e distribuito in occasione della veglia che si è tenuta nella chiesa di Castelceriolo domenica sera 6 luglio. Possiamo considerarlo il testamento spirituale dell’amico Walter, in cui egli richiama con forza la necessità della bellezza e dell’armonia.

Carissimi tutti,
“Mi trovo un poco in imbarazzo, perché mi pare giusto e doveroso per una volta parlare non di argomenti “alti”, definiti così certamente con un po’ di presunzione da parte mia!, ma comunicarvi e condividere con voi almeno qualche “notizia” per ciò che riguarda me, la mia persona, la mia salute, il mio stato d’animo, il mio servizio alfa Comunità di Castelceriolo.
Penso che i più sappiano che da un paio di anni ho avuto qualche intoppo di salute. Ho iniziato il 21 aprile del 2012 con una peritonite operata d’urgenza; gli esami fatti in quell’occasione hanno fatto scoprire un tumore al colon, fonte di metastasi ai fegato. Ho perciò iniziato a luglio dello stesso anno alcuni cicli di chemioterapia che hanno poi portato, il 23 aprile dei 2013, ad un intervento per rimuovere il tumore “madre”. Intervento ben riuscito, ma che purtroppo ha dato luogo nei giorni successivi ad una infezione della ferita addominale che mi ha costretto a una lunga lista di medicazioni, cure, antibiotici, visite su visite, fino a giungere alla decisione di una chiusura chirurgica della ferita stessa, visto che a chiudersi spontaneamente non ci pensava neppure! Così il 29 luglio dello scorso anno, altro intervento per ripulire l’area dell’infezione e chiudere la ferita ancora aperta da aprile. Il che ha però comportato quasi tre settimane di semi immobilità e un “laparocele” (ho scoperto allora che è la scomparsa, il ritirarsi della muscolatura da una parte dei ventre, il che ti obbliga ad indossare permanentemente una fascia elastica di sostegno: significa anche che il vostro parroco non ha la famosa “tartaruga”!). In programma mancava solo un ulteriore atto: la ripulitura accurata di tutte le parti malate del fegato a cui si sarebbe dovuto procedere non appena possibile. Purtroppo la famosa “infezione” di cui sopra ha ritardato tutti i passi possibili. La ferita si è chiusa definitivamente solo verso la fine del mese di settembre u.s. Ciò ha comportato l’impossibilità per quasi sei mesi di sottopormi a chemioterapia, con una lieve crescita di due delle lesioni del fegato, ritardando così anche il passo successivo, in quanto lo specialista che dovrebbe operare vuole ottenere attraverso terapia chemio una riduzione delle stesse. Che è ciò che sto facendo da settembre 2013. Tralascio poi una lunga serie di aspetti “minori” che riguardano due vertebre e la schiena (chi ha frequentato la chiesa negli ultimi mesi ha visto che devo stare il più possibile seduto o accomodato su una specie di trespolo che mi consente di giungere senza danni fino al termine delle celebrazioni!).
Non è certo per vantarmi che vi scrivo queste cose: è solo perché mi sento, e mi pare giusto, condividere con i miei ‘familiari” quanto sto vivendo. E per giustificare il fatto che mi costringe ad essere a mezzo servizio nei confronti della comunità, non potendo essere sempre una presenza visibile, con la difficoltà ad avere incontri e momenti di dialogo qua e là per il Paese, o con la visita alle famiglie, dovendo a volte chiedere a qualche altro prete di sostituirmi anche in momenti dove vorrei esserci, soprattutto momenti di sofferenza dì qualche famiglia in occasione di lutti, né essere più vicino in tante occasioni ai bambini, ai ragazzi e ai giovani del nostro Paese. Oltretutto anche il prezioso aiuto che mi ha offerto don Luigi negli scorsi anni è venuto a mancare, anche se — ne sono – certo don Luigi continua ad accompagnare il nostro cammino e le nostre iniziative.
Vorrei però che comprendeste che la porta della casa parrocchiale è sempre aperta! Se qualcuno passa di qui e ha voglia dì salire per una visita e/o un caffè, suoni senza preoccupazione il citofono e vi vedrò con grande piacere e gioia! Senza alcun timore di disturbare. Un gesto di vicinanza e dì amicizia non può mai essere inteso come un disturbo! (altro…)

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