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Archive for gennaio 2014

In Italia il mondo accademico è ferreo nel condannare il boicottaggio accademico verso le università israeliane ma nè da queste nè da quelle italiane arriva una condanna dell’occupazione nè tantomeno un attestato di solidarietà con le istituzioni accademiche palestinesi.
Nicola Perugini è uno dei curatori del libro Pianificare l’oppressione, una raccolta di testi di autori israeliani e palestinesi che ha come nucleo principale la complicità dell’accademia israeliana con il sistema militare e quindi con l’occupazione. Ecco il racconto che egli fa della giornata del 22 gennaio scorso, quando il campus dell’Università Al Quds è stato attaccato dai soldati israeliani.

Quando si parla di libertà di espressione, libertà universitaria e culturale, o di diritto all’educazione in relazione a Palestina-Israele (e, ormai su scala internazionale, in relazione a un possibile boicottaggio di Israele e delle sue istituzioni, fino a che non cesseranno i loro abusi), spesso si dimentica che queste sono alcune delle normali condizioni in cui funziona, da decenni, l’insegnamento e la vita accademica palestinese.
Mercoledì 22 gennaio. Come al solito, come tutti i miei studenti e colleghi, salgo nella mia macchina abbondantemente in anticipo rispetto all’orario di inizio delle lezioni. In Palestina non esiste altro modo per “fare fronte” all’evenienza di qualsiasi ritardo che il muro tra Cisgiordania e attuale Israele, i checkpoint e tutti gli altri ostacoli che il sistema di occupazione, colonialismo e apartheid messo in atto contro i palestinesi può creare quotidianamente. È l’unico modo per essere “sicuri” di “arrivare in tempo” all’università.
Scrivo “fare fronte”, “sicuri” e “arrivare in tempo” tra virgolette perché a volte all’università non ci si arriva proprio. Magari perché l’esercito israeliano blocca le strade o le entrate, o perché il sistema dei checkpoint che circonda le città palestinesi crea degli intasamenti che durano ore, e addio lezioni e università.
Arrivato al campus dell’Università di Al Quds, nella piccola città-bantustan di Abu Dis (dove da qualche anno insegno e dove dirigo il Programma di Diritti Umani e Diritto Internazionale), trovo cinque jeep militari dell’esercito di occupazione israeliano che sostano di fronte all’Università. (altro…)

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Oggi, mercoledì 29 gennaio 2014, sono 6 mesi che Padre Paolo Dall’Oglio è sparito e detenuto da qualche parte in Siria.
Beirut, Berlino, Bologna, Bruxelles, Doha, Dubai, Ginevra, Grenoble, Montreal, Parigi, Roma, Sulaymaniah, Milano, Bologna… si raccolgono in preghiera per testimoniare vicinanza e affetto ad Abuna Paolo, a tutti i rapiti e alla sua Comunità.
“Vi parlo dalla città vecchia di Homs assediata da un anno e sette mesi. Rappresento le comunità cristiane che si trovano qui. Insieme ai musulmani viviamo in una situazione difficile e dolorosa e soffriamo di tanti problemi. Il maggior di questi è la fame. La gente non trova da mangiare. Niente è più doloroso che vedere le madri per strada in cerca di cibo per i loro figli. Non accettiamo di morire di fame a Homs. Noi cristiani e musulmani amiamo la vita e vogliamo vivere. Non accetto che moriamo di fame. Non accetto che anneghiamo nel mare della fame, facendoci travolgere dalle onde della morte. Noi amiamo la vita, vogliamo vivere. E non vogliamo sprofondare in un mare di dolore e sofferenza”. (Frans van der Lugt, gesuita, da decenni residente in Siria e unico europeo rimasto nei quartieri assediati dal regime)
Leggi Siria: Homs e la descrizione del dolore di Shady Hamadi

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Facciamo nostro l’appello ricevuto da padre Alex Zanotelli – missionario comboniano e Vittorio Agnoletto – medico, network internazionale Flare dal titolo “FERMIAMO GLI EPA”
DIFENDIAMO IL FUTURO DEI POPOLI AFRICANI DAGLI ACCORDI ECONOMICI CHE L’EUROPA VUOLE IMPORRE
L’Unione Europea, anche a motivo della crisi economica, persegue una politica sempre più aggressiva per forzare i paesi ACP (Africa, Caraibi, Pacifico) a firmare gli EPA (Economic Partnership Agreements – Accordi di partenariato economico). Una trattativa questa durata quasi dieci anni;  la UE esige che  entro il 1 ottobre 2014 gli accordi siano siglati (questo è il primo passo che precede la vera e propria firma che può avvenire anche a diversi mesi di distanza dopo la soluzione di tutti gli aspetti legali).
Le relazioni commerciali tra la UE e i paesi ACP sono state regolate dalla Convenzione di  Lomé (1975-2000) e poi di Cotonou (2000-2020) con la clausola che i prodotti ACP – prevalentemente materie prime – potessero essere esportati nei mercati europei senza essere tassati. Questo però non valeva per i prodotti europei esportati nei paesi ACP, che dovevano invece sottostare a un regime fiscale di tipo protezionistico.
Ora, la UE chiede ai paesi ACP di eliminare le barriere protezionistiche in nome del libero scambio perché così richiede il WTO (l’Organizzazione Mondiale del Commercio) che persegue la politica di totale liberalizzazione del mercato. Con gli EPA infatti le nazioni africane saranno costrette a togliere sia i dazi che le tariffe oltre ad aprire i loro mercati alla concorrenza. La conseguenza sarà drammatica per i paesi ACP: l’agricoltura europea (sorretta da 50 miliardi di euro all’anno) potrà svendere i propri prodotti sui mercati dei paesi impoveriti. I contadini africani, infatti, (l’Africa è un continente al 70% agricolo) non potranno competere con i prezzi degli agricoltori europei che potranno svendere i loro prodotti sussidiati. E l’Africa sarà ancora più strangolata e affamata in un momento in cui l’Africa pagherà pesantemente i cambiamenti climatici…. leggi l’appello integrale

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Per il popolo siriano

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Appello per la fine del conflitto in Siria, per la soluzione politica e negoziata tra tutte le comunità della Siria

Chiediamo al governo italiano di assumere un chiaro impegno affinché l’appuntamento di “Ginevra 2”, previsto per il prossimo 22 Gennaio 2014, diventi la conferenza di pace e di giustizia che tutti, ma soprattutto la popolazione civile siriana, attendono per porre fine alle morti, alle violenze inaudite e per la ricostruzione di una Siria libera, democratica, pluralista ed in cui tutti i cittadini e le cittadine siano pari.
In Siria si continua a morire,la popolazione è stremata ed in balia di una violenza disumana.
I dati: oltre 130.000 morti, 200.000 detenuti politici, interi quartieri distrutti, 9 milioni di persone che necessitano di aiuti umanitari, 6,5 milioni di sfollati interni, 2,3 milioni di rifugiati, 3 milioni di studenti senza scuola, 60% tasso di disoccupazione, perdita del 45% del PIL.
Per responsabilità del regime siriano di Bashar Assad, colpevole di aver risposto con le armi e con la violenza alla protesta pacifica della popolazione che chiedeva libertà, lavoro, democrazia, si è ingenerata una spirale distruttiva fuori controllo. Dallo scontro armato interno, che ha tolto sempre più spazio ad una soluzione politica e negoziata nel solco del diritto di autodeterminazione e dei diritti politici e civili, si è passati ad uno scenario di guerra regionale, schiacciato sull’assurda alternativa, imposta con le armi, finanche con l’uso di armi chimiche, tra regime dittatoriale, il caos o la dittatura religiosa.
Una escalation di violenza inaudita ed inaccettabile per la popolazione siriana e degli altri paesi della regione. (continua a leggere in pdf)

Possiamo fare nostro l’appello inviando mail a Enrico Letta, Presidente del Consiglio (centromessaggi@governo.it); a Emma Bonino, Ministro degli Affari Esteri (segreteria.ministro@esteri.it); al  Presidente Commissione Esteri – Camera dei Deputati Fabrizio Cicchitto (Cicchitto_F@camera.it); al Presidente Commissione Esteri – Senato Pier Ferdinando Casini (pierferdinando.casini@senato.it)

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Crediamo che la mafia oggi sia uno dei poteri più importanti, e che quindi sia combatterla fondamentale.
Crediamo che il giornalismo sia la forza essenziale della democrazia, e che non vada lasciato solo a chi non può essere indipendente.
Crediamo che l’antimafia e il giornalismo libero non siano sostenibili con le forze di pochi, e che quindi debbano costituirsi in rete.
In prossimità del 30^ anniversario dell’assassinio di Giuseppe Fava, fondatore del giornale “I Siciliani”, facciamo nostre le parole dei giovani redattori de “I Siciliani Giovani”, il cui numero di dicembre 2013 era interamente dedicato a riflessioni e testimonianze sui “Siciliani” e Giuseppe Fava e vi invitiamo a firmare l’appello dei ragazzi di WikiMafia – Libera Enciclopedia sulle Mafie- alla RAI perchè trasmetta in prima serata il documentario dedicato a Fava.
Per firmare l’appello, che puoi leggere di seguito, clicca qui; se invece vuoi scaricare l’ultimo numero de “I Siciliani Giovani” clicca qui.

Gentili Gherardo Colombo e Benedetta Tobagi,
come ben saprete, sabato 5 gennaio ricorrerà il 30° anniversario dell’assassinio di Giuseppe “Pippo” Fava per mano di Cosa Nostra. Non staremo qui a ricordarne il valore e i meriti in quanto giornalista nella lotta alla mafia, perché siamo sicuri che vi siano già noti. In quanto membri del Consiglio d’Amministrazione della RAI vi scriviamo invece per rivolgervi un preciso appello.
Rispetto a quanto annunciato qualche settimana fa, il documentario con cui la RAI omaggerà la figura del giornalista (I ragazzi di Pippo Fava) non andrà in onda in prima serata alle 21:30, bensì in seconda, alle 23:40. Al suo posto è stato programmato il film d’animazione “Rango“. Ciò ci lascia alquanto perplessi: il servizio pubblico, e in particolare RaiTre, che si fregia di puntare tutto sulla diffusione della cultura e del sapere, preferisce mandare in seconda serata Pippo Fava e gli preferisce un cartone della Paramount Pictures.
Senza nulla togliere al film, troviamo alquanto discutibile questa scelta editoriale della Rai e, in particolare, della direzione di RaiTre, a maggior ragione perché subito dopo Che Tempo Che Fa il documentario (e quindi la storia di Pippo Fava) potrebbero godere di maggior pubblico. E pensiamo che la primaria funzione del servizio pubblico sia quella di informare, soprattutto i giovani come noi, sugli esempi migliori della nostra storia e memoria collettiva, visto che ci sono e hanno pagato con il sacrificio estremo della propria vita la lotta al crimine, alla corruzione, al fenomeno mafioso nel suo complesso. (altro…)

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Politica alimentare: il mondo non può essere un grande supermercato
Siamo arrivati a 7 miliardi di esseri umani che abitano il pianeta. Più di metà di loro vive ammucchiata in grandi città. Distanti dai loro luoghi di origine. E per la prima volta nella storia abbiamo raggiunto la triste statistica di un miliardo di persone, affamate tutti i giorni. Ossia, il 14% degli esseri umani non ha diritto alla sopravvivenza . E tra essi migliaia di bambini e le loro madri muoiono ogni giorno.

di João Pedro Stédile*  (traduzione Antonio Lupo – Comitato Amigos MST Italia)

Alla popolazione che riesce ad alimentarsi è stata imposta una standardizzazione dei prodotti alimentari. Quattrocento anni fa, prima dell’avvento del capitalismo, gli esseri umani si nutrivano con più di 500 specie diverse di piante.
Cento anni fa, con l’egemonia della rivoluzione industriale, si sono ridotte a 100 le specie diverse di cibo, che dopo l’aratura passavano ai processi industriali. E da trent’anni, dopo l’egemonia del capitale finanziario nel mondo di oggi, la base di tutta l’alimentazione dell’umanità è rappresentata per l’80% da soia, mais, riso, fagioli, orzo e manioca.
Il mondo è diventato un grande supermercato, unico. Le persone, indipendentemente da dove vivono, si nutrono della stessa dieta di base, fornita dalle stesse imprese, come se fossimo una grande porcilaia che aspetta, passivi e dominati, la distribuzione della stessa razione giornaliera.
Una tragedia, nascosta tutti i giorni dai media al servizio della classe dominante, che si riempie con il banchetto di dividendi, profitti, conti bancari, champagne, aragoste. Sempre più obesi e disumanizzati. Rimpinzati di ingiustizia e iniquità. Perché ci troviamo in questa situazione?
Perché il capitalismo come modo di organizzare la produzione, la distribuzione dei beni e la vita delle persone basata sul profitto e lo sfruttamento, si è impossessato dell’intero pianeta. E il cibo è stato ridotto ad un mero status di merce. Chiunque ha denaro può comprare l’energia per continuare a vivere. Quelli senza soldi non possono continuare a sopravvivere. (altro…)

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