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Archive for novembre 2013

Dal 1999 il 25 novembre è la Giornata Internazionale per l’Eliminazione della Violenza Contro le Donne. Noi abbiamo scelto di ricordarla con la storia di una undicenne segnalata da Avaaz, rete globale di 30 milioni di persone che promuove campagne affinché le opinioni e i valori dei cittadini di ogni parte del mondo abbiano un impatto sulle decisioni globali (Avaaz significa “voce” in molte lingue). Eccola.

Care amiche e cari amici,
Kaia*, una 11enne sopravvissuta a uno stupro ha denunciato il suo stesso governo per aver fallito nel compito di proteggerla dalla violenza, e ha vinto. Ora possiamo fare leva su questa sentenza storica per aiutare altre donne, ma abbiamo bisogno di risorse per farlo. Se ognuno di noi si impegnerà a donare anche solo 4€, potremo fare in modo che questa incredibile vittoria sia l’inizio di una svolta epocale nella difesa delle donne:
Kaia* aveva undici anni quando è stata assalita e violentata mentre andava a scuola. Un’insegnante l’ha portata in ospedale, ma poi ha dovuto addirittura corrompere la polizia anche solo per poter sporgere denuncia.
La reazione di Kaia è stata di un coraggio incredibile. Ha denunciato la polizia per non aver fatto il necessario per proteggerla. E la cosa ancora più incredibile è quello che è accaduto subito dopo.
In Kenya, il paese dove vive Kaia, una donna o una ragazza vengono stuprate ogni 30 minuti. La polizia di norma chiude gli occhi, isolando ulteriormente le giovani sopravvissute e rinforzando l’idea che lo stupro è accettato.
Kaia e altri dieci altri giovani sopravvissute hanno deciso di averne abbastanza. Nel giorno del processo, ignorando le minacce ricevuto e i blocchi di sicurezza hanno marciato dalle loro case fino al tribunale, intonando lo slogan “Haki yangu” — che in Kiswahili “Voglio i miei diritti.” Dopodiché il giudice ha emesso la sentenza: le ragazze avevano vinto! (altro…)

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Pubblichiamo il post di Shady Hamadi, da Il Fatto Quotidiano. Anche noi auguriamo a padre Paolo: Buon Compleanno, Abuna!

Nella notte buia si sente la mancanza della luna piena.
(Antara bin Shaddad)
Lo sfondo nero di cioccolato e una scritta di panna bianca che dice ”Tanti auguri Paolo”, firmato “Stato islamico dell’Iraq e del Levante”: è questa la torta con 59 candeline che molti immaginano per te. L’avrebbe preparata il cuoco di quella formazione qaedista, con cura. La stessa cura, aggiungiamo noi, con cui non fanno trapelare alcuna informazione su dove ti tengono prigioniero, da mesi.
Non ci sentiamo da tanto tempo, carissimo Paolo, e così per il tuo compleanno abbiamo pensato di interrompere il tuo isolamento e, venendo a sederci accanto a te, regalarti un colloquio fraterno, che cominci col solito “dove eravamo rimasti?”. Ma è un supplizio pensare di riassumerti tutto quel che è accaduto dal 29 luglio scorso, quando hai smesso di spiegarci cosa accadesse realmente.
Rimettendo insieme i frammenti della storia recente, i massacri indiscriminati sotto gli occhi del mondo, l’assalto di Ghuta, i ripensamenti del giovane Obama, gli assedi di mesi, senza né pane né acqua, le lacrime globali per la paura di un conflitto dopo due anni di guerra, ci è venuto naturale domandarci: perché? Perché rattristarti con il sunto di una deriva che già conoscevi, già avevi immaginato, capito, denunciato?  Anche in Italia le cose vanno come avevi previsto: abbiamo “scoperto” che i musulmani sono bestie feroci (ad eccezione dei miliziani di Hezbollah e dei Pasdaran), abbiamo trasformato Assad in un discepolo di Montesquieu e la rivoluzione siriana in banditismo; nulla di nuovo… Ma soprattutto: tutto già scritto nel tuo libro, quel Collera e luce che molti giornalisti e intellettuali hanno preferito tenere nello scaffale dei libri non letti: (altro…)

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Di seguito l’intervista di Emilio Vanoni, presidente di un Comitato di accoglienza per i “bambini di Chernobyl” al presidente di Mondo in Cammino, Massimo Bonfatti. Come dice Bonfatti, sarebbe ora di renderci conto che ciò che è accaduto a Chernobyl ci riguarda più di quanto pensiamo. “Noi, come i “bambini di Chernobyl” siamo oramai sottoposti ad una fallout generalizzato che sta accumulando più lentamente (rispetto a loro) e progressivamente, a piccole dosi, radionuclidi nel nostro organismo.”

Come è la situazione in questo momento a livello generale nelle zone contaminate della Bielorussia?

La situazione non è assolutamente in via di risoluzione. I dati sulla reale contaminazione del terreno non si conoscono (e forse non si conosceranno mai). La politica di minimizzazione del rischio è una cosa, la realtà un’altra.  Bisogna tenere presente che la contaminazione di Chernobyl (riferendomi alla Bielorussia) non è stata un fallout, ma un ri-fallout. Mi spiego. Nella seconda metà degli anni ’80 del secolo scorso, il professore Bandazhevsky trovò in una biblioteca un libro: “Il fall out globale del Cesio137 e l’uomo”. Il libro, edito nel 1974 da Atomizdat di Mosca e stampato in 1.655 esemplari, riportava gli studi e le osservazioni di diversi studiosi sulla migrazione del Cesio137, a seconda del tipo di terreno, nelle varie radici delle piante e, di conseguenza, esaminava le cause dell’aumento dell’incorporazione del Cesio137 nel corpo degli abitanti rurali di alcune province dell’Unione Sovietica. In più a pagina 37 riportava una cartina con il fallout del Cesio137 in una zona particolare, definita “Poles’e”, ovvero, lungo la linea Brest- Gomel quella fascia di territorio che comprende i confini meridionali della Bielorussia e quelli nord occidentali dell’Ucraina. Per quanto riguardava la Bielorussia la cartina assumeva un respiro più ampio inglobando gli ultimi territori meridionali delle province di Minsk e Mogilev e completamente quelli delle province di Brest e Gomel. Nella cartina erano riportate le seguenti località: Brest, Kobrin, Pinsk, Luninets, Recitsa, Bobruisk, Baranovichi. Bragin, Khoiniki, fino giù alla stessa Chernobyl in Ucraina. Il professore capì subito che le cartine diffuse subito dopo l’incidente di Chernobyl sulle ricadute radioattive, non erano nient’altro che la riproposizione dei fallout dei precedente test atomici in atmosfera, di cui si era taciuto e di cui si era tentato di farne sparire le tracce. E per di più a Bandazhevsky fu chiaro perché subito dopo il fallout di Chernobyl venne registrata una percentuale notevole di cancri tiroidei. La situazione, creatasi in seguito alle ricadute degli isotopi dopo l’incidente, non era niente altro che lo specchio fedele delle risultanze dei suoi esperimenti: il fallout, precedente all’incidente di Chernobyl, aveva già innestato un processo di mutagenesi in molti individui; dopo Chernobyl un isotopo labile come lo Iodio131 colpendo, in questi individui, le cellule in preda a mutagenesi, si era trasformato in isotopo “provocatore” dei geni che, fino a quel momento, erano riusciti a svolgere una funzione vicariante senza dare segno di malattie o malformazioni. E, in previsione, bisognava aspettarsi l’azione di un altro  agente provocatore su cui stava lavorando il professore: non il labile Iodio131, bensì il più temibile Cesio137.
Questo significa che se, dopo il 1986, le patologie che si erano subito evidenziate erano conseguenza dei fallout degli anni ‘60 che avevano indotto quella mutagenesi slatentizzata in malattie dal nuovo fallout di Chernobyl, ora (2013) continuano a manifestarsi quelle patologie per cui nulla può il potere vicariante dell’organismo collassato dall’esposizione ad una dieta a base di radionuclidi: radionuclidi presenti nei terreni e nella dieta di molte famiglie che vivono nelle zone contaminate (famiglie, per di più, sottoposte a fallout subentranti, come quello di Fukushima, che,  a differenza di altre zone ed altri paesi, induce più in fretta – negli individui che vivono già in zone contaminate – il superamento della soglia di “tolleranza”). (altro…)

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BBC ha pubblicato sul suo sito un interessante articolo sui flussi migratori nel Mediterraneo, di cui consigliamo la lettura integrale soprattutto per il ricco e chiaro corredo grafico. Di seguito la parte iniziale dell’articolo tradotta in italiano. Suggeriamo di  consultare inoltre la mappa interattiva elaborata da Frontex con the International Centre for Migration Policy Development, per sapere di più sulle rotte e i centri di raccolta utilizzati dai migranti nella regione.
Una mappa delle migrazioni nel Mediterraneo
La morte di circa 300 migranti al largo dell’isoletta di Lampedusa il 3 ottobre ha bruscamente riportato sotto la luce dei riflettori la questione delle migrazioni nell’area mediterranea.
Ogni anno migliaia di persone, molte delle quali in fuga da conflitti e instabilità in Africa e in Medio Oriente, rischiano la vita in piccole, spesso decrepite imbarcazioni mentre tentano di raggiungere l’Europa attraversando il Mediterraneo.
L’11 ottobre più di altre 30 persone sono morte dopo il naufragio di un’altra barca carica – il numero era intorno a 250 – al largo delle coste maltesi.
In quell’occasione furono salvate circa 200 persone, e il Primo Ministro di Malta ammonì che il Meidterraneo rischiava di trasformarsi in “cimitero” per migranti disperati.
L’ONU dice che finora quest’anno sono arrivate a Malta e in Italia approssimativamente 32.000 persone.
Durante il fine settimana (BBC si riferisce al weekend di metà ottobre, n.d.r.) oltre 200 nuovi migranti sono arrivati in Sicilia dopo essere stati soccorsi dalla Guardia Costiera italiana e da un peschereccio…(continua a leggere in inglese sul sito della BBC)

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