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Archive for gennaio 2013

Abdallah Abu Rahmah, celebre attivista palestinese, fu arrestato nel 2009 dall’esercito israeliano per aver preso parte alle manifestazioni pacifiche e nonviolente che si tengono settimanalmente in tutta la Cisgiordania. Il 25 agosto 2010 la Giustizia Militare israeliana lo ha condannato in base a due articoli della legislazione militare che condannano la libertà di espressione. L’Alta Rappresentante della UE Catherine Ashton ha ufficialmente condannato il verdetto contro Abu Rahmah dichiarando: “L’Unione Europea considera Abu Rahmah un difensore dei diritti umani impegnato nella protesta nonviolenta contro la costruzione della barriera di separazione israeliana che attraversa il villaggio di Bil’in.”
Abdallah Abu Rahmah è stato all’Istituto Sereno Regis a Torino lunedì 28 gennaio 2012. Guarda il video dell’incontro e di seguito quello con le risposte alle domande fatte spontaneamente dal pubblico durante il dibattito – nel secondo video sono state aggiunte immagini della Palestina e della Val di Susa.
La traduzione in italiano è di Lisa Ariemma, i video sono stati curati da Rosario Citriniti.

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Venerdì 1 febbraio 2013, ore 17.00, presso la Sala Camino del Palazzo Ducale di Genova, verrà presentato il rapporto di Human Rights Watch sui territori arabi occupati da Israele:
L’APARTHEID IN PALESTINA,  ed Mimesis, 2012
Presenteranno il volume:
– Alessandro Dal Lago, docente di sociologia all’università di Genova
– Monica Baracchini , Valentina Cavanna, Angelo Gandolfi, Gabriella Grasso,  Ilenia Madau, del gruppo di traduttori e traduttrici volontari/e che hanno reso possibile la pubblicazione e la diffusione del rapporto
-Luca Borzani, direttore del Palazzo Ducale di Genovaapartheid_palestina
Il rapporto di Human Rights Watch sui territori arabi occupati da Israele L’apartheid in Palestina (Ed. Mimesis, traduzione di Gianfranca Scutari con la collaborazione di un gruppo di traduttori e traduttrici volontari/e) si incentra sugli aspetti meno esaminati di quelle leggi e politiche israeliane in Cisgiordania che discriminano la popolazione palestinese a vantaggio dei coloni. Il rapporto mette in evidenza le pratiche israeliane che sembrano avere come unico scopo comprensibile la promozione della vita nelle colonie, laddove in molti casi soffoca la crescita delle comunità palestinesi e arriva a trasferirne forzosamente gli abitanti. Le politiche Israeliane controllano molti aspetti della vita quotidiana dei palestinesi che vivono in Area C e a Gerusalemme Est. Tali politiche spesso non hanno giustificazioni di sicurezza plausibili per i danni che causano: ad esempio negano l’accesso alle reti elettriche, idriche e stradali, respingono le richieste di permessi edilizi per case, scuole, ambulatori e infrastrutture, demoliscono case e perfino intere comunità. Per contro, le politiche israeliane, ad esempio gli enormi incentivi finanziari del governo, promuovono gli insediamenti ebraici e ne incoraggiano l’espansione nell’«Area C» in Cisgiordania e a Gerusalemme Est, spesso utilizzando terre e altre risorse che di fatto sono vietate ai Palestinesi. In alcuni casi, le politiche discriminatorie d’Israele hanno portato allo sgombero forzoso dei palestinesi da quelle stesse aree poi usurpate dagli insediamenti. (altro…)

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la Giornata della Memoria a Turano Lodigiano

la Giornata della Memoria a Turano Lodigiano

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Schiave

Isoke Aikpitanyi, nata in Nigeria a Benin City, arriva in Italia nel 2000 per lavorare, ma viene resa schiava dalle mafie nigeriana e italiana. Liberatasi dall’oppressione, si dedica interamente alle altre decine di migliaia di ragazze nigeriane schiavizzate in Italia avviando il Progetto «Le ragazze di Benin City», dal titolo del libro di cui è coautrice. Instancabile contro la tratta e la violenza contro le donne, Isoke ha inviato il seguente messaggio a Tonio Dell’Olio, che denuncia la gravità della situazione attuale. Il messaggio è apparso in Mosaico dei Giorni, 25 gennaio 2013

Ciao Tonio, succede che a Palermo il pastore valdese Vivien, nigeriano, una delle persone più impegnate contro la tratta, ha subito un attentato alla sua vita, gli hanno distrutto due volte l’auto, riceve di continuo minacce. È alla testa di un Coordinamento contro la tratta nato alla fine dello scorso anno dopo che a Palermo sono state assassinate, una dopo l’altra, due giovani nigeriane. Padre Vivien guida la sua comunità e accoglie moltissime ragazze in quello che è noto col nome di Pellegrino della Terra, uno dei tanti servizi che assicura ai migranti. Il Coordinamento è nato, e io ne sono parte, perché mi hanno chiamata e subito sono andata contro la tratta e a sostegno, in particolare, del lavoro di padre Vivien e di altri (suor Valeria Gandini) particolarmente attivi. Sono rimasta una decina di giorni, sono andata nelle scuole, nelle Università, nelle librerie, nelle sedi delle associazioni, per parlare e per presentare documenti, film e sostenere quel che molte associazioni che sono entrate nel coordinamento sostengono e, cioè, che la tratta è un problema drammatico e che a Palermo dove si tenta di arginarla sul serio, chi è impegnato rischia molto perché a gestirla è una vera e propria mafia.
Mentre ero a Palermo una giovane nigeriana è stata massacrata di botte, voleva lasciare il suo black boy, voleva denunciare chi la vuole in strada e così le hanno dato una lezione. La cosa è successa mentre in Comune il Sindaco Leoluca Orlando, con un gesto molto speciale, riconosceva la cittadinanza onoraria alle due giovani assassinate. In Ospedale per parlare con la ragazza ci sono andata io, insieme a padre Vivien, fino a quando ha accettato di entrare in una struttura protetta; ma siccome non è possibile tagliarla fuori dal mondo, attraverso il telefono e altre ragazze è continuamente sollecitata con le buone o con le minacce a ritrattare tutto e prima o poi lo farà…
Padre Vivien è tornato qualche giorno in Nigeria per salutare i suoi genitori, per continuare il lavoro di informazione e sensibilizzazione e per spezzare il legame tra gente di là e gente di qua che gestisce il traffico delle persone: è lì che gli sono entrati in casa cercandolo, hanno sfasciato i mobili e hanno aggredito i suoi genitori perché lui non c’era. (altro…)

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fiocchi-gaberVenerdì 25 gennaio, alle ore 21, presso la sala polifunzionale della libreria Mondadori di Alessandria si terrà l’incontro “Greetings from Palestine”:  cronaca di un viaggio in Terrasanta. Verranno proiettate le immagini del viaggio effettuato all’inizio del 2012 da un gruppo di alessandrini guidati da Don Walter Fiocchi, profondo conoscitore della questione palestinese e da sempre sensibile alle tematiche legate a  quella terra. L’evento vuole contribuire a dare una corretta informazione sulla drammatica situazione del popolo palestinese e sulle durissime condizioni di vita conseguenza dell’occupazione militare.  Sarà anche occasione di parlare dei risultati delle recenti elezioni in Israele e della rielezione di Obama, analizzando le eventuali  prospettive per un futuro di pace. Parteciperà, assieme allo stesso Don Fiocchi, anche Hani Gaber, rappresentante dell’ANP in Italia. L’ingresso è libero.

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Il ministro degli Esteri Terzi ha dichiarato che l’Italia offrirà “supporto logistico all’operazione in Mali”.
La disponibilità è stata motivata con la necessità di “evitare il consolidamento di una presenza terroristica che minaccia il Paese”.
Non abbiamo mai visto una guerra che abbia fermato il terrorismo, ma abbiamo visto il contrario: il terrorismo e la violenza che vengono alimentati dall’intervento militare e dall’occupazione straniera. L’esito del conflitto afgano è l’esempio sotto gli occhi di tutti.
Il ministro della Cooperazione Riccardi ha dichiarato che l’Italia si prepara ad appoggiare “un’operazione delle Nazioni Unite in cui però vediamo una preponderante necessità di stabilizzazione, di aiuto umanitario per i profughi, di sostegno alla nascita di una governance politica e civile della regione”.
Agire – prima – per la stabilizzazione, l’aiuto umanitario, il sostegno alla nascita di una governance politica e civile, il controllo sul mercato delle armi che l’Europa e l’Italia esportano in quantità anche verso Stati che non rispettano i diritti umani, avrebbe forse potuto prevenire la guerra che adesso sembra inevitabile. Si chiama politica estera.
Europa e Italia sembrano ormai aver rinunciato definitivamente a condurre una vera politica estera, con gli strumenti della diplomazia e della pratica dei diritti, avendo scelto di sostituirla sistematicamente con l’opzione militare.
La situazione umanitaria in Mali è molto grave, ma l’unico intervento nel quale l’Occidente è disposto a impegnarsi è quello armato, che non farà altro che acuire l’instabilità politica dell’area e peggiorare le condizioni di vita della popolazione.
L’Italia, con la sua Costituzione, ha scelto oltre sessant’anni fa di ripudiare la guerra perché ne aveva toccato con mano le sue conseguenze: distruzione e morti.
Era stato detto “Mai più”, ma ancora una volta quella decisione è diventata negoziabile: ancora una volta la guerra porterà violenza laddove c’è invece bisogno di difendere i diritti umani fondamentali.
Emergency rifiuta questa guerra, come rifiuta tutte le guerre: sono la nostra etica, il nostro lavoro e la nostra Costituzione a chiedercelo. Emergency continua a credere che l’unico antidoto efficace al terrorismo, alla violenza e alla guerra sia la pratica dei diritti umani. Ogni giorno, per tutti.
Emergency, 18 gennaio 2013

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In questo momento vale 13 dollari. Un anno fa ne valeva quattro…
di Fabio Vita, Bitcoin Italia
L’anno s’è concluso col Bitcoin che supera i 13 dollari (o i 10 euro). A gennaio 2012 valeva solo quattro dollari: è una crescita superiore a quella di qualunque altra valuta e persino dell’oro.
Il valore del blocco premio è sceso come previsto da 50 a 25 Bitcoin, e quindi anche la quantità di moneta immessa giornalmente viene dimezzata, in uno scenario deflazionista. Nella rete Bitcoin la quantità di monete create viene dimezzata ogni quattro anni, come nel paradosso di Zenone su Achille e la tartaruga. Nel 2030 saranno stati generati circa 20 dei 21 milioni di Bitcoin complessivi previsti.
Il contrario accade nella tradizionale moneta a corso legale, che è tendenzialmente inflazionata (e dagli accordi di Breton Woods in poi ha perso ogni legame con l’oro). Poco prima della rielezione di Obama la Fed (Federal Reserve) con il “Quantitative Easing 3” ha immesso alcuni miliardi di dollari sul mercato, diminuendo
di fatto valore il valore della moneta più diffusa del pianeta.
Il “mining” del Bitcoin (cioè la pratica di “fabbricare” nuove monete in rete) sta per avere nel corso del mese di gennaio una nuova spinta. Quattro anni fa per minare Bitcoin si utilizzava ancora il processore del computer (Cpu); poi si è passati a sfruttare la maggior potenza computazionale delle schede video (Gpu). Adesso stanno per essere commercializzati dispositivi hardware appositi per minare Bitcoin limitando i consumi elettrici, gli Asic.
Da un lato aumenta quindi la difficoltà teorica di generazione della moneta, ma dall’altro aumenta la potenza
computazionale immessa nella rete. Se si considera che in questo momento sono già attivi circa dieci milioni di
monete, possiamo star tranquilli sulla morbidezza del salto dalla fase iniziale alla fase matura del Bitcoin.
Almeno così assicura Gavin Andresen – il crittografo a capo del team di sviluppo del software Bitcoin – rispondendo su Twitter a vari interlocutori.
Dove dollari non ce n’è
“Meno dollari, gli iraniani scoprono la moneta virtuale”: (altro…)

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