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Archive for novembre 2012

Accolta la richiesta di adesione di uno Stato osservatore presentata da Abu Mazen, forte anche dell’appoggio di Hamas. Gioia nei Territori occupati ma il grosso e’ ancora da fare.

Ramallah, 30 novembre 2012, Michele Giorgio per Nena News

Cisgiordania e Gaza hanno festeggiato per tutta la notte, in un incessante sventolio di vessilli e tra assordanti inni nazionalistici, il voto dell’Assemblea generale delle Nazioni unite con 138 voti favorevoli e appena 9 contrari hanno accolto la richiesta di adesione come «osservatore» dello Stato di Palestina presentatadal presidente Abu Mazem.
Una festa alla quale hanno preso parte anche i rabbini di Naturei Karta, una setta ebraica antisionista da sempre vicina alla causa palestinese.
Un discorso pronunciato in una data carica di significato: il giorno della solidarietà internazionale con il popolo palestinese, l’anniversario del voto che alle Nazioni unite nel 1947 approvò il piano di spartizione della Palestina, nello Stato di Israele e in uno Stato palestinese che invece non è mai nato. Abu Mazen, rivolgendosi alla platea, ha ricordato tutto questo, ha riaffermato la sua volontà di negoziare e chiesto al mondo di non negare ai palestinesi la libertà dopo decenni sotto occupazione israeliana. Frasi accompagnate da applausi scroscianti.
In queste ore gli interrogativi sono tanti e immediati dopo l’iniziativa lanciata al palazzo di Vetro da Abu Mazen. Occorre ricordare che è stato mancato l’obiettivo dell’adesione piena alle Nazioni unite, richiesta dal presidente palestinese il 23 settembre 2011. A causa delle minacce di veto degli Stati uniti nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite non è passata inosservata la passività, durata diversi mesi, dell’Olp sui tavoli della diplomazia internazionale mentre la popolazione voleva una campagna massiccia di sostegno al progetto, a maggior ragione dopo l’accoglimento della Palestina nell’Unesco.
Ora che lo Stato di Palestina occupa (senza diritto di voto) un posto alle Nazioni unite cosa faranno i dirigenti dell’Olp per trasformare un successo simbolico in risultati concreti a sostegno delle aspirazioni del loro popolo? Useranno i loro diritti acquisiti per avviare, come si è detto, procedimenti volti ad incriminare Israele per le sue politiche di occupazione, a partire dalla colonizzazione di Cisgiordania e Gerusalemme est? Oppure si asterranno dal farlo sotto la pressione di Stati uniti e di alcuni paesi europei? Abu Mazen ha predisposto un piano per il contenimento di possibili ritorsioni israeliane? (altro…)

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At-Tuwani, piccolo villaggio palestinese di contadini incastrato nelle aride colline a sud-est di Hebron, nella cosiddetta Area C della West Bank, sotto costante minaccia di evacuazione dal 1999, è oggetto di ripetuti attacchi da parte dei coloni israeliani che vivono nel vicino insediamento di Ma’on. Gli abitanti di At-Tuwani vivono in un contesto molto particolare. Da un certo punto di vista, esso rispecchia in maniera simmetrica le difficoltà che accomunano tutto il popolo palestinese dislocato nella West Bank: lo stato di occupazione militare, la mancanza di tutele giuridiche di cittadinanza, gli insediamenti coloniali israeliani in continua espansione e le tensioni che ne conseguono. In risposta a tutto questo consolidato sistema di ingiustizie, da dieci anni è nato il Comitato di Resistenza popolare. Attraverso una duplice strategia, mediatica e legale, ed una pianificata serie di azioni nonviolente attuate nei territori e con il supporto e la collaborazione di attivisti israeliani e internazionali, il movimento sta crescendo e si sta affermando come uno dei possibili percorsi per costruire un nuovo futuro.
Ad At-Tuwani, in Cisgiordania, dove è ambientato il film Tomorrow’s Land, operano anche i volontari di Operazione Colomba, un progetto promosso dalla Comunità Papa Giovanni XXIII aperto a tutti coloro, credenti e non credenti, che vogliono sperimentare con la propria vita che la nonviolenza è l’unica via per ottenere una pace vera, fondata sulla verità e la giustizia. Operazione Colomba può ritenersi un modello significativo ed efficace di Corpo Civile e Nonviolento di Pace che interviene in conflitti armati e sociali acuti, una alternativa concreta agli interventi militari che vengono ipocritamente definiti “umanitari”. Proprio ad Operazione Colomba il Centro per la Pace e la Nonviolenza “Rachel Corrie” aveva consegnato il ricavato della sottoscrizione pubblica promossa in ricordo dell’amico Marcello Oddone, fondatore e animatore del Centro, in occasione della serata di premiazione di Testimone di Pace 2012 lo scorso 4 ottobre. (altro…)

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I Comitati Scrivia segnalano nel loro 40^ messaggio un articolo scritto il 27 novembre 2012 da Claudio Giorno, tecnico esperto di grandi opere pubbliche residente in Valsusa, che segnala il pericolo della criminalizzazione di quelle forme di dissenso che mettono in discussione il primato assoluto di quella che definisce la “Cupola Finanziaria Globale”.

Il 25 novembre l’edizione torinese de La Repubblica riporta che «qualche giorno fa il postino ha consegnato a tre famiglie No Tav una lettera dell’assistente sociale Paola Bertolini del Servizio Sociale di Avigliana». Il 28 settembre scorso alcuni minorenni erano stati identificati dalla polizia per – quelle horreur! – aver distribuito dei volantini contro il Tav davanti alla Banca San Paolo di Susa. Vista la gravità del gesto, la Procura della Repubblica presso il Tribunale per i minori di Torino decide di segnalare i ragazzi ai servizi sociali. Non essendoci presenza di reato, perché la Procura “segnala” i ragazzini ai servizi sociali? Per vedere se il loro sano attivismo è sintomo di patologie o disagi familiari? Se hanno genitori violenti, oppressivi che li costringono a manifestare per diritti civili e politici? Manifestare diviene sintomo di disagio, per i rappresentanti della legge?
Finisce ora in Parlamento il caso di tre famiglie No Tav della Valsusa convocate, su richiesta della Procura, nell’ufficio degli assistenti sociali per aver permesso ai loro figli minorenni di partecipare a manifestazioni contro l’Alta Velocità.
La deputata radicale, Elisabetta Zamparutti, ha presentato un’interrogazione ai ministri della Giustizia e degli Interni. ”Emerge uno stato di polizia – afferma –  di cui il governo rischia di divenire complice se non interviene”.
Non credo che sia contraria al TAV (termine che anche nei dizionari della lingua italiana è divenuto ormai sinonimo della nuova ferrovia che si voleva costruire tra Lyon e Torino). Un’opera che (qualunque cosa proclamino Hollande e Monti il 3 dicembre prossimo nella capitale della RhoneAlpes) si sta ormai riducendo al solo mega-tunnel sotto le Alpi Cozie, tra Italia e Francia. Emmabonino, la più prestigiosa degli esponenti di quel che resta del glorioso partito radicale – già superburocrate europea, collega di Mariomonti è – ad esempio – dichiaratamente a favore della grande opera. Ma evidentemente l’onorevole Zamparutti ha capito lucidamente che qui non si tratta più o solo di stabilire se il Tav è utile o inutile, dannoso o meno al territorio attraversato e agli umani che lo abitano. Qui e ora si tratta di stabilire quali siano i margini di dissenso lasciati ai cittadini. (altro…)

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Nella strage che l’estremista di destra Gianluca Casseri mise in atto il 13 dicembre 2011 in due mercati fiorentini e dove trovarono la morte Samb Modou e Diop Mor, rimasero feriti anche Moustapha Dieng, Sougou Mor e Mbenghe Cheike. Un anno dopo, chi si ricorda di Moustapha?

Moustapha Dieng

Fervono i preparativi per le commemorazioni dei morti, ma cosa ne è stato dei tre feriti? Le promesse sono state rispettate?
Firenze si prepara a ricordare la strage del 13 dicembre. E’ prevista un’intera giornata di commemorazione dedicata alle vittime. La mattina verrà organizzato un convegno, nel pomeriggio ci sarà un presidio nell’ormai tristemente famosa piazza Dalmazia. Chiuderà la giornata un grande concerto, che si terrà la sera al MandelaForum, dove è prevista anche la presenza dell’artista senegalese Youssou Ndour. Ma le stesse istituzioni, che si stanno impegnando nell’organizzazione di questa celebrazione, quanto, in tutto questo tempo, si sono ricordate di Moustopha Dieng? Nella strage che l’estremista di destra Gianluca Casseri, mise in atto nei due mercati fiorentini e dove trovarono la morte Samb Modou e Diop Mor, rimasero feriti anche Moustapha Dieng, Sougou Mor e Mbenghe Cheike. Mentre Mor e Cheinke sono stati dimessi e stanno cercando di recuperare una vita normale, Moustapha da quel giorno sciagurato è fermo in un letto all’ospedale di Careggi.  Abbiamo intervistato Mercedes Frias, attiva da anni nella lotta per i diritti dei migranti, che assieme alla comunità senegalese, in quest’ultimo anno, si è impegnata per aiutare i tre ragazzi rimasti feriti.

Come sta adesso Moustapha?
«E’ bloccato al letto di un reparto specialistico dell’unità spinale di Careggi, dal mezzogiorno di quel 13 dicembre, in cui il razzismo di stampo fascista ha sfoggiato la sua manifestazione più feroce. Il proiettile gli è penetrato dalla gola e ha continuato fino alla spina dorsale. Moustapha ha dunque esofago, trachea e colonna vertebrale definitivamente e gravemente lesionati. Da poco ha iniziato lentamente a deglutire, lentamente dalle sue corde vocali inizia ad uscire qualche flebile suono. Non sempre riesce a respirare in autonomia. I movimenti delle sue mani sono ancora limitati e incerti e non potrà più camminare. Questo è il suo corpo, la sua vita: non c’è niente di simbolico».
Per quanto tempo dovrà rimanere in ospedale ancora? (altro…)

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Pubblichiamo una nuova testimonianza di un’amica di Gazzella Onlus, che è attualmente a Gaza. Potete anche leggere una video-intervista dall’ospedale di Shifa, Gaza, cliccando qui.

Striscia di Gaza: nessuna guerra, ma deliberata  aggressione armata da parte di uno degli eserciti piu’ potenti al mondo ai danni di  piu’ di 1.600.000  civili palestinesi.
Sulla base di  dati riferiti al  2008 l’esercito israeliano, che  è considerato tra le forze armate di maggior livello qualitativo, addestrativo operativo al mondo, puo’ contare su circa 200.000 effettivi tra donne e uomini, in grado di triplicarsi, per necessità, con  circa 450.000 riservisti; circa 300 aerei da combattimento, 40 aerei da trasporto, più di 300 elicotteri compresi quelli d’assalto Apache, aerei F16 Falcon e F15 Eagle  con una difesa antiarea di oltre un centinaio di batterie missilistiche a lunga e media gittata; 3 sottomarini, 17 navi da combattimento e più di 30 pattugliatori; 76 brigate, più di 3.500 carri armati, più di 10.000 mezzi blindati e numero imprecisato di pezzi d’artiglieria. Infine come base identificativa e di attacco vengono utilizzati  U.A.V. “Unmanned Aerial Vehicle”, chiamati informalmente Droni, veicoli aerei senza pilota, autonomi e  pilotati a distanza che permettono di colpire  “obiettivi mirati”.
E’ fuorviante porre la questione  definendola “guerra in corso” perche’ significa occultare i dati veri:  sulla Striscia di Gaza le aggressioni e i crimini contro la popolazione civile sono quotidiani. L’informazione relativamente ai danni causati da anni di assedio  non e’ mai completa: sappiamo dei bombardamenti, delle distruzioni e delle morti, ma poco dei danni determinati dalla violenza dell’occupazione con la quale si sono confrontati nella loro crescita i bambini. Traumi i cui effetti nel tempo si vedranno nei comportamenti, aggressivita’ e  frustrazioni, danni  che si ripercuoteranno sullo sviluppo civile della societa’ tutta.
La notte tra il 20 e il 21 novembre u.s. e’ stata terribile: bombardamenti incessanti, il letto che si muoveva come ci fosse un terremoto continuo e anche l’albergo che avrebbe dovuto  essere  “NO TARGET” non mi faceva sentire sicura. Verso le 2  del mattino uno scoppio vicinissimo ha mandato in frantumi alcuni vetri dell’albergo. E’ stata una notte trascorsa “in piedi”, avanti e indietro dalla camera alla hall dell’hotel, per cercare “complicita’  nella paura  con gli altri internazionali presenti.
Anche nella giornata del 21 novembre,  che ha preceduto la decisione serale del “cessate fuoco”,  le forze armate israeliane hanno continuato a commettere crimini e portare  morte. Durante la mattinata sono stata alla  “New Gaza School” dell’Unrwa in Gaza City dove  avevano trovato posto circa 2.000 palestinesi sfollati dalle loro case di Beach Camp e dalla Nasser Area.  Stavano sistemando le classi per  adattarli a  luoghi  per dormire  provvisoriamente. I ragazzi davano una mano a scaricare i materassi appena arrivati e i  bambini erano accanto alle mamme silenziosi.  Mentre uscivo dalla scuola dell’Unrwa mi ha avvicinato un signore e mi ha chiesto se ritenevo  la scuola  un posto sicuro. Il ricordo e’ andato alla scuola|dell’Unrwa bombardata durante  l’operazione Piombo Fuso; avrei voluto dirgli che non ci sono posti sicuri , poi ho pensato che anche lui sapeva dell’accaduto  e allora gli ho risposto quello che forse voleva sentire  “sure”.
Lo Shifa  Hospital  e’ stato il luogo dove in questi giorni ho trascorso la  maggior parte del tempo anche perche’  i lunghi spostamenti in macchina  erano sconsigliati. Il chirurgo norvegese  Mads  Gilbert, stimato e apprezzato dai colleghi palestinesi che  avevano gia’ avuto occasione di lavorare al suo fianco durante  il massacro  “Piombo Fuso”, era presente nella sala di emergenza per le prime  valutazioni .  L’arrivo delle ambulanze e delle macchine private  con i feriti creano sempre momenti di grande confusione: fotografi a caccia “dello scatto” a fatica vengono tenuti lontani dagli agenti della sicurezza.  All’interno della sala di emergenza una decina di letti dove i feriti  vengono valutati per essere indirizzati  alla sala X Ray, o  direttamente alle  sale operatorie.  
Ieri sera allo Shifa Hospital abbiamo atteso la comunicazione  della tregua, che per noi tutti significava anche  poterci spostare  “in relativa sicurezza”.  
Confermato “il cessate fuoco” ci sono stati momenti di “euforia”,  strette di mano e abbracci. All’esterno iniziavano i caroselli di macchine e Gaza City riprendeva  un po’ della sua vita, ma negli occhi di tanti e’ rimasta la domanda: per quanto e a quale prezzo?
g.b.t.   22.11.2012  

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Pubblichiamo una lettera aperta al Ministro dell’Interno scritta da Vittorio Agnoletto, Enrica Bartesaghi, Haidi Giuliani, Lorenzo Guadagnucci,  che affronta il tema della libertà di manifestare e l’uso della violenza da parte di chi quella libertà dovrebbe tutelare.

Gentile ministra Cancellieri,
abbiamo letto i suoi interventi di questi giorni, successivi alle manifestazioni del 14 novembre, e il suo impegno a identificare e punire l’agente ripreso mentre picchiava un giovane inerme. Abbiamo anche letto le sue parole sulle “mele marce” da isolare e sul fatto che la ferita del G8 di Genova del 2001 è da considerare chiusa.
Poiché abbiamo vissuto la tragica esperienza genovese e osservato da vicino come le forze di polizia e le istituzioni ne hanno affrontato le conseguenze, ci permettiamo di scriverle per esprimere le nostre forti perplessità sulle sue parole e le sue scelte.
Quel che è accaduto in varie città italiane il 14 novembre a nostro avviso dimostra che la ferita del G8 di Genova è tutt’altro che chiusa. L’episodio che l’ha colpita e che l’ha spinta a promettere l’identificazione dell’agente responsabile della violenza, è una precisa eredità del luglio genovese. In quei giorni vi furono decine di episodi del genere, con inseguimenti e pestaggi eseguiti in strada, alla luce del sole, non sempre ripresi dalle telecamere. Tutti i casi che è stato possibile portare in tribunale, con cause civili avviate grazie alle denunce dei cittadini brutalizzati e alle testimonianze disponibili, si sono conclusi con la condanna del ministero dell’Interno al pagamento di risarcimenti. Un’umiliazione per le istituzioni, ne converrà. Ma che non ha portato ad alcuna autocritica, ad alcun intervento di riforma.
Da Genova G8 in poi, lo schema d’intervento delle forze dell’ordine – impiego smodato dei lacrimogeni, uso sproporzionato della forza, ricorso continuo alla carica di cortei e manifestazioni, utilizzo sistematico dei manganelli anche contro persone inoffensive – si è ripetuto innumerevoli volte. E forse non poteva essere altrimenti, se pensiamo che in undici anni la polizia di stato, i carabinieri, la guardia di finanza, il ministero degli Interni non hanno mai rinnegato le scelte e i comportamenti del luglio 2001, che pure produssero una gestione dell’ordine pubblico consegnata ai libri di storia come un disastro senza precedenti.
Gentile ministro, non è questione di singoli agenti che pestano un cittadino inerme, né di mele marce che compiono questo o quell’abuso: quel che è accaduto il 14 novembre è il frutto di ciò che fu seminato undici anni fa e che si è pervicacemente coltivato fino ad oggi.
I comportamenti di allora sono stati legittimati con l’inerzia, con le promozioni reiterate dei responsabili dell’ordine pubblico e addirittura dei dirigenti indagati, processati e infine condannati. Nonostante alcune sentenze importantissime, come nei casi Diaz e Bolzaneto, a chi lavora in polizia – diciamolo chiaramente – è arrivato un messaggio di legittimazione e impunità per tutto ciò che avvenne a Genova. Quindi è impossibile stupirsi per quel che è avvenuto il 14 novembre e in tante altre occasioni.
Dobbiamo anche ricordarle, gentile ministro, che nel suo stesso governo, con il ruolo di sottosegretario alla presidenza del consiglio con delega alla sicurezza, siede il capo della polizia di allora, dottor Gianni De Gennaro, tutelato e promosso e infine assurto a ruoli di governo nonostante una gestione dell’ordine pubblico, nel luglio 2001, che ha gettato discredito a livello internazionale sul nostro paese, come hanno scritto i giudici di Cassazione nella sentenza Diaz.
E’ anche impossibile dimenticare che nel luglio scorso il dottor De Gennaro, nel commentare le condanne definitive di alti funzionari nel processo Diaz, oltretutto sospesi per cinque anni dai pubblici uffici, ha espresso pubblica solidarietà nei loro confronti, dando un ulteriore contributo a quella scellerata operazione di legittimazione delle sciagurate condotte del 2001.
Per queste ragioni, gentile ministro, le sue parole e le sue decisioni non ci tranquillizzano e anzi ci allarmano: le forze di polizia italiane, per recuperare la credibilità perduta in questi anni e per abbandonare uno “stile” che conduce inevitabilmente a scene come quelle viste lo scorso 14 novembre, avrebbero bisogno di ben altri interventi, in un paese che ha nemmeno una legge sulla tortura e in cui gli agenti in servizio di ordine pubblico non indossano su caschi e divise codici di riconoscimento.
Oggi è più urgente che mai una vera, profonda riforma democratica delle forze dell’ordine, ed è  anche necessario, per prevenire nuovi abusi nel breve periodo, un richiamo forte, solenne, alle responsabilità imposte dal dettato costituzionale alle forze di polizia, che devono essere garanti delle libertà civili e della Costituzione e non braccio armato di qualsivoglia potere. Oggi è in discussione l’effettiva possibilità di esercitare il diritto alla manifestazione del proprio pensiero.
Vittorio Agnoletto, Enrica Bartesaghi, Haidi Giuliani, Lorenzo Guadagnucci

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Le comunità ebraiche italiane sono ufficialmente schierate a fianco di Israele e appoggiano l’attuale attacco militare contro Gaza. Riportiamo una voce di dissenso, che proviene dalla Rete Ebrei contro l’Occupazione.

Gaza è sotto attacco

La Rete Ebrei contro l’Occupazione (ECO) chiama tutti coloro che si schierano per Giustizia, Libertà, Indipendenza e Pace ad esprimere il loro sdegno e la loro concreta opposizione alla strage condotta da Israele nella Striscia di Gaza.
I furiosi attacchi condotti ormai da parecchi giorni contro Gaza con la moderna tecnologia di guerra Israelo-americana hanno già causato decine di morti e centinaia di feriti, per la maggior parte civili, oltre ad ingenti danni. Chiediamo che la strage sia subito fermata: lo chiediamo anzitutto ai governanti di Israele, responsabili della strage e distruzione, ed ai governi che appoggiano questa azione criminale: quelli degli Stati Uniti, dei Paesi occidentali, al nostro governo italiano che ha il dovere di agire, direttamente ed in cooperazione con la Comunità Europea. Su scala europea la azione potrebbe essere più efficace, se utilizza i mezzi forti. Chiediamo anzitutto, la immediata sospensione, a) di ogni collaborazione militare con Israele finchè esso non abbia cessato l’aggressione e l’assedio di Gaza, che impedisce l’accesso dei soccorsi umanitari oltre che strangolare l’economia degli abitanti, e la ricostruzione di quanto distrutto in questi giorni e durante la aggressione di 4 anni orsono. b) la sospensione dei contratti di scambio privilegiati di cui Israele beneficia in molti campi.
La aggressione a Gaza è solo l’ultima manifestazione di una politica ostile e oppressiva che Israele attua, nel modo più crudele e sprezzante per i valori umani e civili, sin dalla sua nascita: fin da quando, cioè ha avuto origine lo stato di ingiustizia dovuto alla cacciata dalla loro Terra dei Palestinesi, di cui Israele non ha mai riconosciuto il Diritto al ritorno, pur proclamato dalle Nazioni Unite. Israele ha la responsabilità di aver agito ed agire in dispregio anche dei valori che pure hanno, nei secoli passati, caratterizzato la cultura Ebraica. Per questo, ci rivolgiamo anche alle Comunità Ebraiche, in Italia e nel mondo, perche intervengano con voce che potrebbe essere autorevole nei riguardi di Israele, se chiaramente espressa senza concessioni all’idolatra nazionalismo sciovinista.
ECO si unisce a chi, associazioni e singoli cittadini, ha a cuore giustizia, libertà e pace, per manifestare a sostegno dei palestinesi colpiti così ferocemente da un’aggressione che nulla può a vantaggio della sicurezza dei cittadini di Israele.

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