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Archive for agosto 2012

La Palestine Youth Orchestra, nata nel 2004, è il fiore all’occhiello del Conservatorio Nazionale Edward Said. Nata per riunire giovani musicisti palestinesi da ogni parte del mondo, oggi consiste di una ottantina di elementi. Nel 2008 l’orchestra riuscì finalmente a realizzare il sogno di esibirsi in Palestina, anche se si dovettero sostituire diversi musicisti palestinesi con quelli del Collegium Musicum Bonn, in quanto essi non ebbero l’autorizzazione di entrare nei Territori Occupati.
Tra fine luglio e primi di agosto c’è stata la tournee dell’orchestra in Italia. Genova, Firenze, Roma e Ravello sono state le tappe e ovunque l’orchestra, i solisti, la direttora hanno suscitato grandi emozioni e successo. Guarda il filmato su VideoRepubblica.

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SOLIDARIETA’ AI MIGRANTI IN LOTTA DI CASTELNUOVO SCRIVIA!

Riceviamo dal Presidio Permanente Migranti in Lotta di Castelnuovo Scrivia:
Da oggi, 10 agosto 2012, parte una Campagna di Boicottaggio dei Supermercati Bennet, azienda della grande distribuzione commerciale che continua a rifornirsi dei suoi prodotti orticoli dalla azienda agricola “Bruno Lazzaro” di Castelnuovo Scrivia, dove da due mesi quaranta lavoratori immigrati marocchini sono in lotta contro le condizioni di sfruttamento e di riduzione in schiavitù.
E’ una lotta bracciantile molto importante che attiene alle condizioni di lavoro, di salario e di sfruttamento comuni ad una vasta area della Bassa Valle Scrivia.
E’ una lotta che dobbiamo vincere insieme a questi migranti – regolari e clandestini – che hanno avuto il coraggio di alzare la testa.
Chiediamo la solidarietà  di tutti i cittadini e consumatori italiani. Leggi il comunicato stampa qui

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E’ giunta nei giorni scorsi la notizia della scarcerazione e messa in libertà (in attesa di giudizio) di tutti gli imputati arrestati lo scorso 21 giugno 2011 con l’operazione denominata Maglio. L’accusa: appartenere ad una “locale” della ‘ndrangheta operante nel basso Piemonte. Tra i 19 sottoposti a provvedimento, Bruno Pronestì, individuato come “capo locale” e Giuseppe Caridi, ex-consigliere comunale di Alessandria. Pubblichiamo una nota congiunta dei coordinamenti provinciali di Libera Alessandria e Libera Cuneo relativa all’oggetto.

Comunicato congiunto 6 agosto 2012 LIBERA_logo
OPERAZIONE MAGLIO NEL BASSO PIEMONTE: TUTTI IN LIBERTÀ…
L’”associazione per delinquere di tipo mafioso” è un reato associativo previsto dal codice penale italiano, art. 416bis, facente parte dei “delitti contro l’ordine pubblico”. Fino al 1982, per far fronte ai delitti di mafia, si faceva ricorso all’art. 416 “associazione per delinquere”, ma tale fattispecie generica risultò inefficace di fronte alla vastità e alla complessità del fenomeno mafioso.
Fu solo a seguito dell’uccisione del generale Dalla Chiesa che lo Stato introdusse l’art. 416bis,tramite la Legge 646 del 13 settembre 1982, detta “Rognoni-La Torre” (anche Pio La Torre fu ucciso nel 1982 proprio per questa Legge), dando così la propria risposta al grave fatto di sangue e perseguendo l’obiettivo di porre finalmente un freno al problema mafia. Non solo l’Italia si dotò per la prima volta di uno strumento efficace per contrastare il fenomeno mafioso, ma nel 1982 il legislatore diede addirittura per la prima volta una definizione giuridica del concetto stesso di mafia,fino ad allora incredibilmente omesso dal codice! L’art. 416bis introduce inoltre la confisca dei beni, nonché l’applicabilità di tale fattispecie anche nell’ipotesi di camorra, di ‘ndrangheta o di altre associazioni riconducibili a quelle di tipo mafioso, comunque localmente denominate.
E’ giunta nei giorni scorsi la notizia della scarcerazione e messa in libertà (in attesa di giudizio) di tutti gli imputati arrestati lo scorso 21 giugno 2011 con l’operazione denominata Maglio. L’accusa: appartenere ad una “locale” della ‘ndrangheta operante nel basso Piemonte. Tra i 19 sottoposti a provvedimento, Bruno Pronestì, individuato come “capo locale” e Giuseppe Caridi, ex-consigliere comunale di Alessandria. Durante quest’anno vi sono stati numerosi passaggi giudiziari. Tra gli atti più rilevanti, ricordiamo il sequestro dei beni a Bruno Pronestì (Bosco Marengo – AL) e ad Antonio Maiolo (Sale – AL), per un valore complessivo di circa 1,5 milioni di euro. (altro…)

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Un vecchio dottore giapponese scampato alla bomba atomica
Tomokazu Kosuga in VICE.com

hiroshima and nagasaki today

Il Giappone è ancora oggi, l’unico Paese del mondo ad essere stato vittima della bomba atomica. Da quel giorno in cui i demoni furono sganciati sulle città di Hiroshima e Nagasaki, nell’agosto del 1945, il Paese continua a soffrirne le conseguenze in silenzio. Un dottore ultranovantenne, un hibakusha [che in giapponese significa un ‘sopravvissuto alla bomba’], continua a urlare al mondo i pericoli e la barbarie della bomba atomica. Il suo nome è Shuntaro Hida.
Il primo agosto 1944, un anno prima del bombardamento, il Dottor Hida fu assegnato all’ospedale militare di Hiroshima come medico. Ha assistito all’impatto della bomba a meno di sei chilometri dall’epicentro, e da allora ha visto tutto quello che un medico specializzato nel trattamento delle vittime della bomba può vedere con i suoi occhi. Il Dott. Hida conosce bene gli effetti della bomba—non solo dalla prospettiva di chi era lì, ma anche dalla prospettiva di un medico militare specializzato. Non vi sorprenderà dunque che nel tempo quasi 6.000 pazienti affetti da disturbi legati alle radiazioni si siano rivolti a lui per una consulenza.
Cosa è successo allora quel giorno a Hiroshima? VICE ha parlato con il Dott. Hida, che di quell’esperienza ricorda ogni dettaglio.
VICE: Come riuscì a sfuggire all’impatto diretto della bomba, anche se si trovava a Hiroshima?
Dr. Hida: La notte prima del 6 agosto stavo dormendo sul mio futon, quando qualcuno all’improvviso mi svegliò. Era un vecchio che veniva dal villaggio di Hesaka, a qualche miglio da Hiroshima. La sua nipotina aveva una disfunzione della valvola cardiaca e spesso aveva degli attacchi, per cui mi recavo regolarmente al villaggio a darle un’occhiata. Quella notte ne aveva avuto un altro, allora montai sulla bici del vecchio, e mi feci portare sul posto. Mi allontanai da Hiroshima giusto in tempo per sfuggire all’impatto diretto. Sono stato esposto alle radiazioni, ma da una distanza di circa cinque chilometri e mezzo dall’epicentro.
Ma lei vide il momento in cui la bomba colpì la città?
Sì. Credo di essere tra i pochi che lo videro con i propri occhi e poi ebbero la possibilità di scrivere la propria esperienza, perché la maggior parte degli abitanti di Hiroshima è rimasta uccisa nell’istante stesso in cui ha visto quel fulmine di luce accecante. Ti spiego come andò. Passai la notte in casa del vecchio a tenere d’occhio la bambina. La mattina dopo decisi di darle un sedativo prima di andare via, perché se si svegliava piangendo rischiava di avere un altro attacco. Presi una piccola siringa dalla tasca, e la sollevai davanti a me, premendo in modo da far uscire un po’ di liquido. In quel momento vidi un aereo che sorvolava Hiroshima, proprio di fronte a me.
Doveva essere Enola Gay. Ci racconti quello che vide quando la bomba colpì Hiroshima.
La prima cosa che vidi fu la luce. Era così intensa che sono rimasto accecato per un attimo. In quello stesso momento sono stato travolto da un calore molto forte. La bomba aveva rilasciato un’onda termica di 4.000 gradi nel momento in cui aveva colpito il suolo. Io entrai nel panico, mi coprii gli occhi, e rimasi accucciato per terra. Non si sentiva nulla, lo stormire degli alberi si era fermato. Sentii qualcosa muoversi, allora guardai prudentemente fuori dalla finestra, nella direzione da cui era venuta la luce. Il cielo era azzurro, e non c’erano nuvole, ma c’era un anello rosso di fuoco su nel cielo, sopra la città! Nel mezzo dell’anello c’era una grossa palla bianca che continuava a crescere come la nuvola di una tempesta—era perfettamente rotonda. Diventava sempre più grande, finché non raggiunse l’anello, e allora esplose tutto, formando un’unica grande palla di fuoco. Era come vedere nascere un nuovo sole. Da piccolo avevo visto l’eruzione del vulcano Asama da vicino, ma questo era molto più forte. (altro…)

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BDS Italia lancia la seguente petizione. Puoi leggere qui la lettera ai parlamentari della Unione Europea. Per aderire alla campagna vai su Change.org

Il rifiuto dell’accordo sulla valutazione della conformità e l’accettazione (ACAA, Agreement on Conformity Assessment and Acceptance) dei prodotti industriali tra l’UE e Israele è importante per la promozione della pace e della giustizia. Nei suoi accordi con paesi terzi, crediamo che l’UE dovrebbe promuovere e rispettare i diritti umani e i valori fondamentali. I benefici apportati dall’adozione di tali accordi non dovrebbe essere costruito sulle violazioni del diritto internazionale, sullo sfruttamento iniquo e illegale delle risorse e/o su pratiche sleali e discriminatorie. Nel caso dell’accordo ACAA tra UE-e Israele, i cittadini dell’UE non desiderano trarre profitto dal controllo israeliano sulla terra palestinese; dagli ostacoli alla circolazione delle merci e delle persone e dallo sfruttamento delle risorse naturali da parte delle autorità israeliane; e dalla dipendenza forzata dei palestinesi dalle leggi e politiche Israeliane che ostacolano le prospettive di una crescita sostenibile nei Territori Palestinesi Occupati e danno vantaggio alle industrie israeliane.

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Ancora una volta in Italia i lavoratori e le loro famiglie si trovano a dover scegliere fra la tutela del posto di lavoro e la difesa dell’ambiente e della salute. Se governo e classe dirigente operassero per il bene pubblico quei lavoratori e quelle famiglie non si troverebbero di fronte al ricatto di perdere o il lavoro o la salute.
Pubblichiamo di seguito un articolo sul caso ILVA scritto per La Gazzetta del Mezzogiorno martedì 31 luglio 2012 dall’amico Giorgio Nebbia,  professore emerito di merceologia presso l’Università di Bari, unanimemente considerato tra i fondatori e i principali esponenti  dell’ambientalismo in Italia, e membro della giuria di Testimone di Pace.

Il caso ILVA riassume in sè tutti gli aspetti e le contraddizioni della società industriale moderna basata sulla produzione e sul commercio di cose, di beni materiali. L’acciaio è una di queste merci utili, anzi indispensabili. Se l’acciaio improvvisamente sparisse scomparirebbero le automobili, i frigoriferi, le lavatrici, le case crollerebbero per il venir meno dell’armatura del cemento, non ci sarebbero ponti per attraversare i fiumi, si fermerebbe la stessa agricoltura. La produzione mondiale di acciaio ammonta ogni anno a circa 1400 milioni di tonnellate; quella italiana a circa 25 milioni di tonnellate, circa la metà fabbricata a Taranto. Purtroppo il processo per la produzione dell’acciaio è lungo e inquinante ed è dannoso per la salute dei lavoratori dentro la fabbrica, e dei loro familiari che abitano i quartieri vicini.
Tutto comincia con le grandi navi che trasportano, attraverso gli oceani, il carbone e il minerale di ferro; queste materie prime pulverulente sono scaricate, mediante nastri trasportatori, nei rispettivi “parchi” a cielo aperto, esposti al vento. Nelle cokerie il carbone viene trasformato, per riscaldamento ad alta temperatura, in coke, la forma adatta per il trattamento dei minerali di ferro, con formazione di sottoprodotti gassosi, liquidi e solidi, nocivi e in parte cancerogeni; sottoprodotti in parte riutilizzati nella stessa acciaieria, in parte recuperati, in parte dispersi nell’aria dentro e fuori la fabbrica. Il minerale, costituito da ossidi di ferro, viene modificato nell’impianto di agglomerazione in modo da essere meglio trasformato nell’altoforno. L’altoforno, un lungo tubo verticale, viene caricato di agglomerato, di calcare estratto dalle cave vicino lo stabilimento e di coke che, ad alta temperatura porta via l’ossigeno dal minerale di ferro e produce un ferro greggio, la ghisa, insieme a scorie e a una corrente di gas ricchi di sostanze nocive, polveri, eccetera anche questi in parte filtrati, in parte dispersi nell’aria. (altro…)

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Robert Fisk è un giornalista britannico corrispondente dal Medio Oriente per il quotidiano britannico The Independent, “probabilmente il più famoso corrispondente estero britannico”, come lo definisce il New York Times. Da circa 25 anni risiede nella capitale libanese Beirut. Pubblichiamo un suo recente articolo sulla guerra in Siria apparso in italiano su Il Fatto Quotidiano.

C’è mai stata in Medio Oriente una guerra così ipocrita? Una guerra altrettanto ricca di vigliaccheria, immoralità e retorica fasulla? Ovviamente non mi riferisco alle vittime siriane, ma alle menzogne e alle bugie di chi ci governa. La risposta ai massacri è stata una pantomima degna più di Swift che di Tolstoj o Shakespeare.
Qatar e Arabia Saudita armano e finanziano i ribelli per rovesciare la dittatura alawita-sciita-baathista di Assad e da Washington non arriva nemmeno una parola di critica. Barack Obama e Hillary Clinton dicono di volere la democrazia in Siria, ma il Qatar è una autocrazia e l’Arabia Saudita è tra i maggior esempi di califfato autoritario del mondo arabo, alleata dei ribelli salafiti in Siria e, a suo tempo, fervente sostenitrice del regime medievale talebano in Afghanistan.
Quindici dei 19 dirottatori dell’11 settembre venivano dall’Arabia Saudita e, ovviamente, noi abbiamo bombardato l’Afghanistan. Ma davvero c’è chi crede che l’Arabia Saudita vuole la democrazia in Siria ?
In Libano il partito-milizia degli sciiti hezbollah è la longa manus dell’Iran sciita e fedele alleato di Assad. Da 30 anni gli hezbollah si accreditano come difensori dei diritti dei palestinesi eppure oggi nemmeno una parola di condanna sugli stupri e i massacri di civili siriani a opera dei soldati di Assad e della milizia “Shabiha”.
E poi abbiamo i nostri eroi americani: Hillary Clinton, Leon Panetta, ministro della Difesa, e il presidente Obama. Panetta, lo stesso che raccontò la gigantesca balla del coinvolgimento di Saddam negli attentati dell’11/9, oggi annuncia che in Siria “la situazione sta sfuggendo di mano”. Dal canto suo Obama annuncia, un giorno sì e l’altro pure, “che la Siria è oggetto di attenzione da parte del mondo”.
Siamo certi che agli Usa farebbe piacere se i ribelli siriani aprissero gli archivi di Assad e ne mettessero il contenuto, torture comprese, a disposizione dell’opinione pubblica internazionale? Abbiamo dimenticato che qualche anno fa l’Amministrazione Bush inviava gli arabi sospettati di terrorismo a Damasco perché fossero torturati e che le stesse ambasciate occidentali fornivano l’elenco delle domande da fare ai detenuti? (altro…)

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