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Archive for luglio 2012

Gian Giacomo Migone vive a Torino dove insegna Storia dell’America del Nord all’Università degli Studi.  Ha collaborato a riviste e giornali tra cui la “Rivista di storia contemporanea”, “Relazioni sociali”, Rivista storica italiana, l’Unità, La Stampa, Le Monde. E’ stato cofondatore e, dal 1984 al 1990, primo direttore de L’indice dei Libri del Mese, dove è apparso un suo articolo, ripreso da Il Manifesto,  in cui denuncia l’opacità nei meccanismi di selezione della classe dirigente e nei rapporti fra potere politico e pubblica amministrazione.

Ancora una volta si verifica che la debolezza peculiare dell’Italia sia la sua troppo collaudata classe dirigente di cui il governo Monti offre alcuni segni di essere partecipe piuttosto che rimedio. In che modo?
Trattasi di nomine. Alcuni incidenti sono già avvenuti. Due sottosegretari si sono dimessi. Due ministri hanno stentato a dimettersi da organismi su cui avevano rapporti di vigilanza. Risulta da un rapporto dell’ambasciata degli Stati Uniti che il ministro della Difesa in carica -allora capo di stato maggiore della Difesa – abbia sollecitato i suoi interlocutori di quel governo a firmare subito l’accordo per la base di Sigonella, alla vigilia delle elezioni politiche del 2006, per «continuare ad operare con le mani relativamente libere che ora abbiamo nelle basi italiane». (cfr. L’Espresso, n21, p.18). Perciò tirai un sospiro di sollievo quando si manifestò l’intenzione di Mario Monti di non delegare a nessuno i suoi poteri nei confronti dei servizi segreti. Purtroppo fu un’illusione di breve durata. La nomina di Gianni De Gennaro a sottosegretario delegato ai servizi di sicurezza, solleva ulteriori dubbi, aggravati dalla delicatezza dell’incarico che avrebbe, per l’appunto, consigliata un’assunzione diretta di responsabilità del presidente del consiglio o, comunque, di persona estranea agli organismi su cui avrà poteri di indirizzo e di vigilanza. Mi rendo conto che occorra un particolare scrupolo di obiettività, sempre doveroso, nei confronti di persona che, in circostanze diverse da quelle qui richiamate, hanno sicuramente reso servizi allo Stato. Nel caso di De Gennaro va ricordato il ruolo importante da lui ricoperto a fianco di Falcone, Borsellino e Caselli nella lotta contro la mafia.
Tuttavia quella di De Gennaro è una nomina che suscita obiezioni ovvie e decisive. Sono di pubblica ragione le perplessità suscitate dall’operato dei servizi coordinati da De Gennaro durante la guerra libica, oltre che per l’incidente in cui il governo del Regno Unito non informò preventivamente quello italiano di un’operazione che portò alla morte di un ostaggio di nazionalità italiana, al punto da provocare il legittimo dubbio che il suo possa trattarsi di un promoveatur ut admoveatur. La sua sostituzione con l’ambasciatore Giampiero Massolo – segretario generale del Ministero degli Esteri in noto conflitto con il ministro Terzi e con il suo predecessore, Frattini – configura il coordinamento dei servizi segreti come una sorta di premio di consolazione o, più probabilmente, come una sorta di cortocircuito istituzionale in cui alcuni commis non necessariamente grands, con troppi referenti politici e nessuna chiarezza istituzionale, se la suonano e se la cantano tra loro. Il caso del neo sottosegretario è ad un tempo più chiaro e più grave perché riferito ad una delle pagine più tetre della storia repubblicana. Documenti incontrovertibili, testimonianze, ricostruzioni e sentenze giudiziarie hanno ormai accertato alcuni aspetti fondamentali delle vicende di ordine e disordine pubblico che accompagnarono la conferenza dei G8 a Genova, poco tempo dopo l’insediamento del secondo governo Berlusconi. (altro…)

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Oppositori autorevoli dalla società politica e dalla società civile siriana, da Damasco e da altre città della Siria, si sono incontrati a Sant’Egidio con la stampa mondiale e la diplomazia internazionale e hanno lanciato il seguente appello per una soluzione politica e pacifica della attuale crisi siriana.
“Con la nostra volontà decidiamo il nostro destino. Con le nostre mani costruiamo il nostro futuro”

L’appello
1.    La Siria sta vivendo la crisi più drammatica della sua storia. La scelta della soluzione militare, che non tiene conto delle richieste della rivolta di libertà e di dignità del popolo siriano, ha portato alla diffusione della violenza, alla perdita di troppe vite umane e a distruzioni generalizzate.
2.    Riuniti a Roma presso la Comunità di Sant’Egidio, noi appartenenti a diversi gruppi dell’opposizione democratica siriana, attiva sia all’interno che all’esterno del Paese, rivolgiamo questo Appello al popolo siriano, a tutte le parti coinvolte e alla Comunità internazionale.
3.    Siamo diversi per opinioni ed esperienze. Abbiamo lottato e lottiamo per la libertà, la dignità, la democrazia, i diritti umani e per costruire una Siria democratica, civile, sicura per tutti, senza paura e senza oppressione. Amiamo la Siria. Sappiamo che la Siria, luogo di convivenza di religioni e popoli diversi, corre oggi un rischio mortale che incrina l’unità del popolo, i suoi diritti e la sovranità dello Stato.
4.    Non siamo neutrali. Siamo parte del popolo siriano che soffre per l’oppressione della dittatura e la sua corruzione. Siamo fermamente contrari a qualsiasi discriminazione su base confessionale o etnica, da qualunque parte venga. Siamo per una Siria di uguali nella cittadinanza. Vogliamo che la Siria in futuro sia patria per tutti, capace di  rispettare la vita e la dignità umana, nella giustizia. (altro…)

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Crisi economica. Che ci sia e che l’Italia ne sia uno degli epicentri è difficile negarlo, anzi la crisi è diventata un’ossessione mediatica, una merce da vendere, un articolo di consumo dell’industria della comunicazione. Molto meno chiare ed evidenti sono le cause della  crisi. Le spiegazioni ufficiali dei governi e delle classi dirigenti con le loro varie agenzie convincono ben poco, infatti sono spiegazioni che provengono da coloro stessi che avendo il potere politico ed economico qualche importante responsabilità debbono averla nell’origine del fenomeno e nel suo dispiegarsi, nonché nell’incapacità manifesta di assumere provvedimenti efficaci per combatterla e superarla. A meno di pensare che la crisi economica sia qualcosa di sovra storico, magico, religioso, una punizione divina particolarmente ingiusta perché colpisce i più deboli.
Non convincono molto nemmeno le spiegazioni degli attuali oppositori del sistema economico vigente che imputano la crisi e ogni altro guaio al “liberismo”, per cui basterebbe sconfiggere quest’ultimo con lo “statalismo” per risolvere il problema. Ovviamente le analisi e le ricette sono molto più articolate e sofisticate ma il succo è quello. Da questo punto di vista colpisce il fatto che si usi poco il concetto di crisi del capitalismo, o anche solo di crisi capitalistica, di particolare gravità (ma quanto grave?)  e durata (ma quanto lunga?). Crisi ciclica, crisi strutturale, crisi generale e così via sono categorie un tempo molto frequentate e che adesso restano in ombra. Il perché non è difficile da capire. La crisi economica del capitalismo è stata al centro delle aspettative e previsioni di un movimento, quello comunista, che nella sua forma storica non esiste più; di qui, nonostante le ricorrenti nostalgie, la difficoltà a riprenderne alla lettera gli attrezzi del mestiere.
Senza sopravvalutare il peso delle ideologie e culture politiche, nel frattempo divenute evanescenti, si può ipotizzare che la paralisi che attanaglia le forze sociali, che appaiono come ipnotizzate e paralizzate, mentre colpi sempre più duri si abbattono su di loro, sia dovuta alla palese incapacità delle organizzazioni politiche o sindacali di leggere la realtà, messa spietatamente in evidenza dalla crisi economica. Tutti i principali attori continuano a recitare la loro parte, ripetendola all’infinito, senza rendersi conto, senza percepire, che la scena è drasticamente, irreversibilmente, cambiata. (altro…)

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Jonathan Cook è un giornalista britannico residente a Nazareth che ha vinto nel 2011 il premio speciale Martha Gellhorn per il giornalismo. I suoi libri più recenti sono “Israel and the Clash of Civilisations: Iraq, Iran and the Plan to Remake the Middle East” (Pluto Press)  [Israele e lo scontro di civiltà: Iraq, Iran e il piano per ridefinire il Medio Oriente], e “Disappearing Palestine: Israel’s Experiments in Human Despair” (Zed Books),  [Palestina che scompare: esperimenti israeliani con la disperazione umana].  Pubblichiamo un suo articolo che analizza le implicazioni del rapporto della Commissione Levy, recentemente reso pubblico, di cui si parla colpevolmente pochissimo. Suggeriamo di rileggere, per inquadrare meglio la situazione, l’articolo di Stephen M. Walt “Che cosa sta davvero avvenendo in Israele?” .

Israele: un giudice nega l’occupazione dei territori palestinesi
di Jonathan Cook – 19 luglio 2012 (fonte Z Net Italy)
Il rapporto, recentemente pubblicato, di un giudice israeliano che conclude che di fatto Israele non sta occupando i territori palestinesi – nonostante un’opinione generale internazionale ben consolidata circa il contrario – ha provocato prevalentemente incredulità o ilarità in Israele e all’estero.
Siti web israeliani hanno utilizzato ironicamente fotografie per evidenziare le grottesche conclusioni del giudice Edmond Levy. Una mostra un soldato israeliano che preme la canna del fucile sulla fronte di un palestinese inchiodato al suolo e dice: “Vedi? Te l’avevo detto che non c’è nessuna occupazione.”
Persino Benjamin Netanyahu, il primo ministro israeliano, è parso un po’ turbato dalla copertura mediatica, la settimana scorsa. Il rapporto gli era stato consegnato più di due settimane prima, ma egli è stato apparentemente riluttante a renderlo pubblico.
Minimizzare il significato del rapporto Levy può essere tuttavia imprudente. Se Netanyahu è imbarazzato, è solo per il momento in cui il rapporto è stato pubblicato, piuttosto che per la sua sostanza.
Dopotutto è stato lo stesso primo ministro a creare, agli inizi di quest’anno, il comitato per la valutazione della legalità degli “avamposti” dei coloni israeliani, apparentemente non autorizzati dal governo, che si sono diffusi come erbaccia in tutta la West Bank.
Egli ha selezionato i suoi tre membri, tutti intransigenti sostenitori degli insediamenti, e ha ricevuto il verdetto che si aspettava: che gli insediamenti sono legali. Certamente il rapporto di Levy non dovrebbe aver costituito una sorpresa. Nel 2005 è stato il solo giudice della Corte Suprema a opporsi alla decisione del governo di ritirare i coloni da Gaza. (altro…)

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I migranti muoiono alle porte dell’Europa. Comunicato stampa 19/07/2012 di Amnesty International da Lampedusa: “L’Unione europea pensi a salvare i migranti”:

Con una grande mobilitazione sull’isola di Lampedusa, domani Amnesty International chiederà all’Unione europea di concentrarsi sul salvataggio e sull’assistenza delle persone che arrivano in condizioni disperate sulle sue coste, anziché rafforzare costantemente le sue frontiere nel tentativo di tenerle alla larga.
L’organizzazione per i diritti umani, che ha ultimamente rivolto dure critiche all’Italia per aver ripristinato gli accordi con la Libia sul controllo dei migranti, dei rifugiati e dei richiedenti asilo, sta sollecitando l’Unione europea a chiedere agli stati membri di non violare i loro obblighi di diritto internazionale.
“Nel 2011 il governo italiano provocò la crisi di Lampedusa, bloccando i trasferimenti verso la terraferma. L’Europa lasciò Lampedusa completamente da sola nel suo grande sforzo di aiutare le persone arrivate sull’isola. Fu da un lato un’autentica crisi per Lampedusa, dall’altro una sfida di minime proporzioni per l’Europa” – ha dichiarato Nicolas Beger, direttore dell’ufficio di Amnesty International presso le Istituzioni europee.
“Nonostante accolgano solo un’esigua parte dei rifugiati del mondo, gli stati dell’Unione europea stanno voltando le spalle a questa immensa sofferenza umana, preferendo spendere miliardi per impedire alle persone di raggiungere il continente. Le persone muoiono alle porte di casa nostra. Non sarebbe meglio aiutarle anziché continuare a tirare fuori soldi per ricacciarle indietro?” – ha proseguito Beger. (altro…)

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Massimo Zucchetti su Il Fatto Quotidiano, 18 luglio 2012

Come consulente di Medicina Democratica ho avuto modo di assistere, nello scorso febbraio, alla sentenza di primo grado del Processo Eternit a Torino, fornendo una mia cronaca di quel giorno perlomeno diverso dal solito. In quell’occasione fu condannato anche Stephan Schmidheiny, miliardario svizzero di 64 anni, riconosciuto colpevole di disastro ambientale doloso e omissione dolosa di cautele antinfortunistiche.
La Procura di Torino, con Antonio Guariniello e il suo pool, gli ha chiesto conto di 2.100 morti e oltre 800 malati, principalmente nella zona di Casale Monferrato. Il miliardario svizzero ha fornito e mantenuto in uso a privati ed enti pubblici materiali di amianto, determinando un’esposizione incontrollata, continuativa e a tutt’oggi perdurante, senza informare gli esposti circa la pericolosità dei materiali e per giunta inducendo un’esposizione di fanciulli e adolescenti anche durante le attività ludiche. Il reato di disastro si è consumato anche nelle abitazioni dei lavoratori, proprio per aver omesso di organizzare al lavoro la pulizia degli indumenti, che gli operai portavano a casa, esponendo così familiari e conviventi all’amianto: si è omesso di adottare i provvedimenti tecnici, organizzativi, procedurali, igienici necessari per contenere l’esposizione all’amianto, di curare la fornitura e l’effettivo impiego di apparecchi di protezione, di sottoporre i lavoratori ad adeguato controllo sanitario, di informarsi e informare i lavoratori circa i rischi specifici derivanti dall’amianto e le misure per ovviare a tali rischi. Condannato a 16 anni in primo grado.
Durante il processo, Stephan Schmidheiny si distingue anzitutto per la sua attitudine alla ritirata: non si è mai presentato alle udienze. Giudizi molto grossi sono stati scritti su di lui da moltissimi. Fin qui, pare una figura assolutamente e del tutto negativa: ma c’è anche un altro lato, il filantropo svizzero “verde”, molto “verde”. Stephan Schmidheiny non cura solo i propri affari, ma anche la propria immagine. Sul suo sito internet, i pezzi celebrativi e la messa in luce dei suoi successi e della sua riconversione in affari etici, essenzialmente in America Latina, abbondano. La sincerità di questo suo impegno viene oggi violentemente contestata dalle vittime dell’amianto, che vedono in questo “altro lato” sudamericano una vasta operazione di riabilitazione  effettuata tramite l’ecologia, un  ”green-washing” ottenuto mediante un vasto utilizzo del proprio denaro, denaro venuto a disposizione anche grazie all’amianto.
Abbiamo guardato le tempistiche passate, ed esse colpiscono per una certa sincronicità: se nel 1982/1983 Schmidheiny ha ormai compreso appieno i pericoli dell’amianto e combatte tuttavia una battaglia di retroguardia, propugnando ancora per un poco un “uso saggio dell’amianto”, prima di mollare completamente una battaglia vista ormai persa. Si impegna infatti – finché si può – con una società di comunicazione a Milano, la “K Bellodi”, per disinformare la stampa con relazioni scritte da medici compiacenti. Riesce così a guadagnare qualche anno, mantenendo l’incertezza sui pericoli dell’amianto e continuando ad accumulare da un lato denaro, e dall’altro esposizione alle vittime e quindi morti future per mesotelioma. Ma a poco a poco la terribile verità è evidente: l’amianto è un veleno mortale. Allora, proprio in quegli anni, proprio mentre le esposizioni ed i futuri mesoteliomi sono ormai una realtà in fieri, nel 1984 inizia l’avventura ecologistico/capitalista/illuminata in Sudamerica, a Panama: crea Fundes, una fondazione che va in aiuto ai piccoli imprenditori dell’America Latina per facilitarne l’accesso ai crediti, per lottare contro la disoccupazione. E’ tempo dei primi passi verso la “filantropia organizzata”, scrive sul suo sito internet. Schmidheiny crea quindi il World Business Council for Sustainable Development (WBCSD)  e diventa un leader “verde” rispettato dalla comunità internazionale.
Quanto sforzi, quanta attenzione, quanto denaro profuso. Un’operazione enorme. Forse si può anche, dall’alto di una fortuna stimata in 2,9 miliardi dollari, passare da imperatore globale dell’amianto a paladino dell’ecologia, dello sviluppo sostenibile, a benefattore dell’umanità. Però occorrerebbe prima ammettere le proprie responsabilità e rigettare il passato in maniera non ambigua, prendendosene anche le responsabilità: è invece notizia fresca che Schmidheiny ha presentato ricorso contro la sentenza Eternit, non ha intenzione di pagare i risarcimenti accordati alle vittime e spera, secondo i suoi legali, in una riapertura del processo in tre-cinque mesi. Non ci pare questa sia un’operazione che intelligentemente vada nella direzione di una buona immagine pubblica: costerebbe molto meno, in ogni senso, materiale e morale, chiedere scusa.

Massimo Zucchetti su Il Fatto Quotidiano, 18 luglio 2012

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Stephen M. Walt, già professore di Affari Internazionali alle Università di Harvard, di Princeton e di Chicago, lavora attualmente al Belfer Center for Science and International Affairs e collabora a Foreign Policy, Security Studies, International Relations,  Journal of Cold War Studies, e Cornell Studies in Security Affairs. Ha pubblicato lo scorso 12 luglio su Foreign Policy “What’s going on in Israel?”, un documentato articolo in cui svela la natura della politica israeliana al di là dei miti narrativi ricorrenti. 

Uno dei miti più duraturi nel perenne dibattito sul conflitto israelo-palestinese è la pretesa che Israele sia sempre stata interessata ad una pace giusta ed equa e che l’unico ostacolo ad un accordo sia il fatto che i Palestinesi perseguano invece la distruzione di Israele. Questa teoria è stata incessantemente riciclata dalla diplomazia israeliana e dai difensori di Israele negli USA e altrove.
Naturalmente, gli analisti imparziali del conflitto sanno da tempo che questa perniciosa narrazione è inventata. Sapevano che l’ex Primo Ministro Yitzhak Rabin (che firmò gli Accordi di Oslo) non aveva mai favorito la creazione di uno stato palestinese effettivo (anzi, aveva esplicitamente dichiarato che una futura entità palestinese sarebbe stata “meno di uno Stato”).  A prescindere dagli errori dei Palestinesi, essi capivano anche che le offerte fatte dal Primo Ministro Ehud Barak a Camp David nel 2000 – per quanto più generose di quelle dei predecessori – non si avvicinavano certo alla vera soluzione di Due Stati. Però l’idea che Israele fosse alla ricerca di pace più di ogni altra cosa ma che non trovasse un autentico “partner per la pace” è rimasta una “spiegazione” persistente del fallimento di Oslo.
Nelle ultime settimane, tuttavia, il velo è caduto quasi completamente. Se si vuole capire che cosa stia davvero avvenendo, ecco alcune cose che si devono leggere.
Si inizi con l’articolo di apertura di Akiva Eldar su The National Interest, intitolato “La Nuova Politica Israeliana e il Destino della Palestina.”  Eldar è il principale opinionista del quotidiano israeliano Ha’aretz, e il suo articolo fornisce un succinto rendiconto del motivo per cui la visione dei Due Stati sia quanto meno tenuta in vita artificialmente e difficilmente possa essere risuscitata. Citazione capitale: (altro…)

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