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Archive for febbraio 2012

Il Ministro-Ammiraglio Giampaolo Di Paola ha deciso di confermare l’acquisto di 90 cacciabombardieri nucleari F-35: una delle più micidiali armi da guerra mai costruite.
Contro questa decisione irresponsabile, la Tavola della pace, la Rete Italiana per il Disarmo e la Campagna Sbilanciamoci! hanno promosso una Giornata nazionale di mobilitazione contro gli F-35  sabato 25 febbraio 2012 nell’ambito della campagna “Taglia le ali alle armi” lanciata dalle tre organizzazioni.
In decine di città (tra cui 
Torino, Bari, Perugia, Napoli, Milano, Roma, Novara, Trieste, Cagliari, Trento…) si raccoglieranno le firme dei cittadini contro l’acquisto degli F-35 che verranno successivamente consegnate al Parlamento dove si sta discutendo la riforma delle Forze Amate. Gli stessi parlamentari saranno chiamati, collegio per collegio, a prendere una posizione pubblica davanti ai propri elettori. La campagna prosegue inoltre nei consigli comunali, provinciali e regionali dove i rappresentanti degli enti locali sono invitati a discutere un’apposita mozione contro l’acquisto degli F-35. Contestualmente alla mobilitazione le tre realtà promotrici, a nome della Campagna, stanno inviando una lettera al Presidente del Consiglio Mario Monti nel quale chiedono un incontro per presentare il dossier e le firme già raccolte e che si raccoglieranno nei prossimi giorni.

Leggi il dossier “Tutto quello che dovreste sapere sul cacciabombardiere F-35 e la Difesa non vi dice”  che illustra in modo accurato tutti gli aspetti, i problemi e i costi di un progetto militare faraonico destinato a pesare per molti anni sulle spalle di tutti i contribuenti.
fonte: Campagna “Taglia le ali alle armi” – 23 febbraio 2012

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La Corte europea dei diritti umani ha contestato la violazione dell’articolo 3 della Convenzione sui diritti umani, quello sui trattamenti degradanti e la tortura e stabilito il divieto di respingimento collettivo. (leggi il post del 22 gennaio scorso)
La Corte europea dei diritti umani di Strasburgo ha condannato l’Italia per i respingimenti verso la Libia. La Corte ha dato lettura questa mattina della sentenza sul caso “Hirsi e altri contro Italia”. Era il 6 maggio 2009 e a 35 miglia a sud di Lampedusa, in acque internazionali, le autorità italiane avevano intercettato una nave con a bordo circa 200 persone di nazionalità somala ed eritrea (tra cui bambini e donne in stato di gravidanza). I migranti erano stati trasbordati su imbarcazioni italiane e riaccompagnati in Libia contro la loro volontà, senza essere prima identificati, ascoltati né preventivamente informati sulla loro effettiva destinazione. Non è stato verificato se potessero chiedere asilo politico. Un respingimento frutto degli accordi bilaterali e del trattato di amicizia italo-libico siglati da Berlusconi e Gheddafi.
Oggi la Corte europea dei diritti umani ha dato quindi ragione ai “respinti”, riscontrando in particolare la violazione dell’articolo 3 della Convenzione sui diritti umani, quello sui trattamenti degradanti e la tortura, e stabilendo  che l’Italia ha violato il divieto alle espulsioni collettive, oltre al diritto effettivo per le vittime di fare ricorso presso i tribunali italiani. L’Italia è stata dunque condannata a versare un risarcimento di 15 mila euro più le spese a 22 delle 24 vittime, in quanto due ricorsi non sono stati giudicati ammissibili.
Il ricorso contro lo Stato italiano era stato presentato dagli avvocati Anton Giulio Lana e Andrea Saccucci, membri del direttivo dell’Unione forense per i diritti dell’uomo. Il ricorso, rubricato con il n. 27765/09, è stato promosso con l’appoggio dell’Unione forense. In esso vengono individuati numerosi motivi di censura riguardo alla condotta delle autorità italiane in occasione di tali respingimenti. Afferma oggi l’avvocato Lana: “E’ una sentenza storica. Con ripercussioni importanti, non solo a livello italiano. La portata storica è proprio questa. Il Governo Monti dovrà innanzitutto provvedere a prendere atto della sentenza e rinegoziare il trattato con la Libia. Ma la vicenda travalica i confini italiani e anche a livello internazionale si dovrà tener conto che i respingimenti collettivi non si possono più fare”.
Fonte: Redattore Sociale, 23 Febbraio 2012

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GAZZELLA ONLUS è un’associazione senza fini di lucro che si occupa di assistenza, cura e riabilitazione dei bambini palestinesi feriti da armi da guerra, essenzialmente nel territorio di Gaza e soprattutto attraverso l’attivazione di adozioni a distanza dei bambini feriti.
Per raggiungere i suoi scopi, Gazzella collabora con le ONG palestinesi che sul territorio si occupano di sanità e infanzia, tra le quali la “Palestinian Medical Relief Society”, l’organizzazione di medici volontari che prima della creazione dell’autorità palestinese si è occupata della sanità pubblica sotto l’occupazione militare, l’Associazione Hanan, l’Associazione I’mar e altre. Nei suoi dieci anni di attività Gazzella ha assicurato cura, assistenza e sostegno economico a oltre 1500 bambini feriti.
Prima della seconda Intifada 57 Euro rappresentavano il salario reale di una settimana di lavoro di un manovale palestinese che giornalmente andava a lavorare in Israele, ma da quando Israele ha istituito il blocco dei Territori, tutti i 120.000 lavoratori che andavano ogni giorno in Israele hanno perso il lavoro. Un aiuto di 57 Euro al mese per una famiglia che abbia un bambino ferito rappresenta quindi qualcosa di economicamente apprezzabile, ma non va neanche dimenticato il valore simbolico, di solidarietà e di amicizia, che esso assume in una situazione in cui le famiglie palestinesi si sentono particolarmente perseguitate ed abbandonate. D’altra parte 57 Euro al mese sono una cifra alla portata di molti italiani e, specialmente, una cifra raggiungibile senza difficoltà se quattro o cinque studenti, amici, colleghi di lavoro uniscono i loro contributi: con la spesa di un caffè al giorno quattro persone possono adottare un bambino ferito. Non è molto ma è qualcosa che possiamo fare senza grandi sacrifici, leggi di più su Gazzella Onlus.
Per avere notizie aggiornate sulla situazione di Gaza leggi la relazione del viaggio compiuto lo scorso gennaio da Sancia.

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Sosteniamo la campagna “Taglia le ali alle armi!” promossa da Rete Disarmo, Sbilanciamoci e Tavola della Pace per contrastare l’acquisto del caccia Joint Strike Fighter. Sembra infatti che il Governo non voglia cambiare idea sul “Programma pluriennale relativo all’acquisizione del sistema d’arma Joint Strike Fighter JSF”, il faraonico progetto di aereo militare (il più costoso della storia) a cui partecipa anche l’Italia. Forse non compreremo più 131 cacciabombardieri JSF completi di relativi equipaggiamenti, supporto logistico e basi operative come inizialmente previsto. Ma anche 90 sono tanti: sono 90 di troppo – anche uno solo equivale a 180 asili nido!
Chiediamo con forza un taglio alle armi sostenendo la seguente petizione:

Perchè bisogna dire NO al cacciabombardiere F-35 Joint Strike Fighter
Anche se il Governo tiene bloccata da tempo (almeno dalla fine 2009) la decisione definitiva, l’Italia a breve potrebbe perfezionare l’acquisto dei cacciabombardieri d’attacco Joint Strike Fighter F-35. Il nuovo annuncio del Ministro Di Paola di riduzione a 90 esemplari non significa nulla: nessun contratto è ancora stato firmato e possiamo quindi fermare completamente questo acquisto (anche perchè la proposta rimodulazione della Difesa deve passare per una discussione parlamentare)
Quello del caccia F-35 è un programma che ad oggi ci è costato già 2,7 miliardi di euro ne costerà – in caso di acquisto di 131 aerei – almeno altri 15 solo per l’acquisto dei velivoli, che potrebbero scendere a 10 miliardi con una riduzione a 90 (il prezzo unitario si alzerà, secondo l’azienda produttrice Lockheed Martin). Complessivamente arriveremo arrivando ad un impatto tra i 15 e i 20 miliardi nei prossimi anni. Senza contare il mantenimento successivo di tali velivoli. (altro…)

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La storica sentenza di Torino che condanna i proprietari dell’Eternit per disastro doloso permanente e omissione dolosa di misure antinfortunistiche, scrive una pagina di storia, perchè mette in discussione l’assunto che tutto, compresa l’integrità della salute e dell’ambiente, può essere sottomesso alla logica del profitto individuale, di cui si nutre l’imperante liberismo selvaggio. Ringraziamo la limpida determinazione delle vittime e dei familiari nonchè il lavoro eccezionale dei magistrati, pm Raffaele Guariniello in testa.

LA COLLINA DELLE DONNE

Sorgerà una collina nuova,
là vicino al fiume,
dove bambini giocheranno
e vecchi sosteranno a ricordare

Sorgerà una nuova collina,
e su quella una lapide,
fredda, come tutte le pietre.
Si leggeranno parole di ricordo e di dolore
Non nomi.
Troppi, non basterebbe una collina

Sorgerà sopra i resti dell’inferno,
là dove colpevoli uomini e impuniti
bruciarono speranza, cuore, tempi,
di altri incolpevoli uomini

L’inferno dove la vita di Mario, Giovanni, Michele, Lucia
non contava più dei sacchi di amianto
che svuotavano ogni giorno,
o del muro di polvere
attraverso cui i loro occhi faticarono a riconoscersi

Sorgerà una collina nuova
e dovrebbe avere un nome.
Perché i nomi restano,
parti vive delle idee e delle emozioni

LA COLLINA DELLE DONNE
la chiamerei:
delle operaie che non son più, di quelle
che non dimenticano,
delle madri, delle mogli, delle figlie e delle sorelle,
di tutte le compagne di vita,
che con cuore straziato e mano ferma,
mai hanno cessato di lanciare nel silenzio,
l’urlo di dolore che non finisce
Daniela Degiovanni*

*medico dell’Ospedale “S. Spirito” di Casale Monferrato

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La società in cui viviamo è notoriamente individualistica: il concetto di bene comune è stato riscoperto da noi  soltanto di recente in occasione del referendum sull’acqua pubblica, ma non siamo certo sicuri che si possa estendere ad altri tipi di beni che dovrebbero anch’essi essere considerati comuni.
In una società dominata da un individualismo esasperato, da un consumismo esasperato, da una pubblicità ossessiva, dall’apparire piuttosto che dall’essere, dall’egoismo piuttosto che dalla solidarietà, è molto difficile far rinascere il bisogno di comunità, di appartenenza, di beni comuni che sono proprietà di tutti.
E poi rientrare in possesso di questi beni comuni, alienati ( gli economisti li chiamano privatizzati)  quasi sempre con la complicità di gestori della cosa pubblica compiacenti e spesso ben remunerati per questa loro compiacenza, e con l’avallo di una buona parte della classe politica (quella con la “p” minuscola, arraffona , becera, corrotta, pronta a vendersi per trenta denari…) non sarà cosa facile. I poteri forti (multinazionali, lobbies politiche ed economiche) non molleranno certo facilmente la presa. E comunque il  ritorno come cosa pubblica di questi beni degradati per abuso, sfruttamento, mancata cura, sarà comunque ancora a nostro carico.
Non è comunque un caso che proprio in periodi di regressione economica si rifaccia vivo il desiderio di credere ( o di  ritornare a credere) in una società diversa, più equa, giusta, solidale di quella in cui si sta vivendo ma che purtroppo abbiamo contribuito noi stessi a creare, accettando pratiche sregolate, di cui magari abbiamo goduto i frutti per anni.
Quante volte noi stessi, che ora plaudiamo ai finanzieri che hanno controllato gli scontrini delle boutique di Cortina o della “movida” di Milano quasi fossero dei moderni eroi ( mentre semplicemente facevano “una tantum” ed in ritardo il loro dovere), abbiamo accettato l’acquisto senza scontrino dal nostro negoziante, magari col classico “così ti faccio un po’ di meno” od abbiamo accettato il lavoretto “in nero” dell’idraulico, dell’impresa, dello studio medico o del professionista di turno,  “così risparmi l’IVA”,  senza pensare o facendo finta di non pensare che nel nostro piccolo eravamo correi di quella evasione fiscale da record a cui partecipano vaste masse della popolazione e che è una delle principali cause  del disastro economico in cui stiamo vivendo.
Ed a coloro che risponderanno che in fondo non sono queste le maggiori evasioni, che prima bisogna trovare e colpire i grandi evasori: vero ma per risanare un paese bisogna anche partire dalle piccole cose anche personali. E soprattutto capire che anche lo “stato” ( res publica – cosa pubblica) è un bene comune che bisogna ben custodire e difendere.
enzoeffe,  Ovada 11 febbraio 2012

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Vi ricordate gli scontri dell’agosto scorso a Londra? Ne proponiamo l’analisi che Federico Varese ha pubblicato sul numero 140 (febbraio 2012) di Lo Straniero. Uno dei più autorevoli studiosi del crimine organizzato, Varese è professore di criminologia all’Università di Oxford. Tra le sue pubblicazioni più recenti l’edizione antologica Organized Crime, Routledge 2010. Per Einaudi ha pubblicato nel 2011 Mafie in movimento.

Il modo in cui il governo di Sua Maestà ha risposto agli eventi di agosto mostra il vero volto del potere e indica la strada ad altri paesi. Come scrive Stefano Laffi per l’Italia (“Lo straniero”, n.138/139), il sipario è caduto, svelando i nudi rapporti di forza. Il progetto è criminalizzare chi si ribella, invece di ascoltare le sue ragioni. La crisi economica sta avendo un effetto devastante sui settori più vulnerabili della popolazione: programmi scolastici vengono chiusi, le tasse universitarie crescono in maniera esponenziale, la sanità pubblica viene privatizzata in maniera strisciante, disabili e anziani non potranno accedere a cure essenziali. Coloro che potrebbero aiutare a ridurre gli effetti peggiori della crisi, gli operatori sociali, sono i primi a essere licenziati. Nel frattempo il consumismo più sfrenato e il successo senza merito vengono promossi dai mass media. Chi non accetta il proprio posto al fondo della scala sociale e si ribella, sente sulla propria pelle la reazione del potere, niente affatto liquida o postmoderna.
Ma la ribellione è a sua volta priva di un progetto e si esaurisce in qualche giorno di vandalismo diffuso di cui fanno le spese gli abitanti di quelle stesse periferie. Non esiste una opposizione in grado di intercettare la rabbia crescente e costruire un movimento ampio, che coinvolga classi subalterne e classi medie. In parlamento, i laburisti si sono limitati a criticare i tagli previsti al bilancio della polizia: senza quei tagli, i tutori dell’ordine potrebbero permettersi pallottole più efficaci, cannoni spara-acqua più potenti. Del resto è difficile sperare che i temi della riforma della polizia, della scuola pubblica e della riscoperta di valori non consumistici vengano raccolti dal Labour, il partito responsabile della deregolamentazione del sistema bancario che ha portato al collasso delle principali banche del paese poi salvate da denaro pubblico (solo il salvataggio della Royal Bank of Scotand è costato al contribuente 25 miliardi e mezzo di sterline), il partito che fece dell’arricchirsi sfrenato il suo motto, e che seguì l’esempio americano nella politica giudiziaria punitiva….
leggi I Riots di Londra tra Mistificazioni e Analisi Empirica di Federico Varese

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