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Archive for luglio 2011

Dieci milioni di persone colpite da siccità e carestia, centinaia di migliaia i profughi. Le ong parlano di tragedia umanitaria: «Le persone che raggiungono uno dei campi profughi sono le poche che ancora hanno la forza di camminare. Molte di più sono quelle rimaste nei loro villaggi, dove non hanno nulla per vivere».
Non si tratta di una “catastrofe naturale” di un “castigo divino”, ma della responsabilità degli uomini e delle logiche che continuano a governare le scelte dei singoli Stati e della comunità internazionale: leggi IL LEGAME FRA CARESTIA E CRESCITA DELLE SPESE MILITARI AMERICANE

Non possiamo rimanere indifferenti: manteniamo alto il livello di attenzione, informiamoci e cerchiamo di aiutiare concretamente chi da anni lavora seriamente in quel contesto, ad esempio Fondazione Nigrizia e i Missionari Comboniani in Kenya, tra le zone più colpite dalla siccità e dalla fame.
Per donazioni, è possibile effettuare versamenti con bollettino postale o bonifico bancario intestati a: Fondazione Nigrizia Onlus (“Emergenza Corno d’Africa”), Vicolo Pozzo 1, 37129 Verona.
In posta: IT 87 V 07601 11700 000007452142 (C/C 7452142)
In banca: Eur Iban IT 47 M 05035 11702 190570352779
Si possono effettuare donazioni anche da Internet: http://www.nigrizia.it/sito/notizie_pagina.aspx?Id=11067&IdModule=1

La carestia sta contribuendo ad aggravare la più grave emergenza umanitaria degli ultimi 60 anni che si poteva prevedere ma soprattutto si poteva evitare.
E’ un film dell’orrore che abbiamo già visto. Volendo, avremmo potuto evitare la replica. La tragedia che sta sconvolgendo il Corno d’Africa e ha assunto dimensioni da catastrofe si poteva evitare. Ampie aree di Somalia, Kenya ed Etiopia sono nella morsa della carestia, un mostro che avanza e adesso minaccia anche Burundi, Gibuti, Sud Sudan e Uganda; in sostanza buona parte delle regioni dei Grandi Laghi e del Corno d’Africa. Undici milioni di persone sono a rischio fame; dei morti non esistono stime attendibili ma le proiezioni del disastro non lasciano scampo. Il commento quasi unanime degli operatori che in questi giorni sono in prima linea è da piaga biblica: giurano di non aver mai visto nulla del genere, che si tratta della peggiore crisi mai affrontata dall’Africa negli ultimi sessant’anni, che anche la carestia che colpì l’Etiopia tra il 1984 e il 1985 e fece un milione di morti non aveva assunto queste dimensioni. (altro…)

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Nel mondo della globalizzazione neoliberista le merci sono libere di viaggiare ovunque, le persone no. Due casi emblematici, di cui potete leggere di seguito, si sono verificati in parti del mondo apparentemente distanti (USA-Messico e Israele-Palestina),  entrambi rivelano l’arbitrarietà e l’arroganza con cui governi che si dicono democratici dispongono della libertà e talvolta dell’incolumità delle persone.
Il primo caso riguarda Raquel Gutierrez Aguilar, matematica, sociologa, autrice di numerosi saggi (l’ultimo, del 2008, è “Il ritmo del Pachakuti”),  fondatrice del Centro di Studi Andini e Mesoamericani.  A partire nel suo Messico, poi in San Salvador, un lungo ed intenso percorso di battaglie ed attivismo per i diritti civili l’ha esposta all’esilio, ventenne, in Bolivia, e al carcere, nell’aprile del 1992, quando senza processo è stata detenuta per cinque anni a La Paz. Raquel Gutiérrez è stata scarcerata il 25 aprile 1997 dopo un lungo sciopero della fame. Nel 2001 ha potuto far ritorno in Messico, dove attualmente vive e lavora come scrittrice e docente con un gruppo di donne ex detenute.
Il secondo caso riguarda un amico storico del Centro Rachel Corrie, Simone Brocchi, intervenuto in rappresentanza dell’ISM (International Solidarity Movement) all’intitolazione del Centro Pace a Rachel Corrie.  Simone, attivista per i diritti umani soprattutto in Palestina e America Latina, laureato in scienze politiche, ha un master in Conflict Resolution ottenuto in Inghilterra e ha lavorato per varie ONG e organizzazioni internazionali in Africa, Asia (soprattutto Costa d’Avorio, Comore, Nigeria, Nepal, Afghanistan).
Che cosa accomuna Simone e Raquel? Il fatto di essersi recentemente scontrati con l’arroganza dei potenti, che pretendono di disporre anche della libertà di movimento degli uomini e delle donne del pianeta. Alla studiosa messicana è stato impedito dal governo USA di partecipare al seminario “America Latina ma non solo” organizzato a Cortona dal 22 al 24 luglio (leggi la lettera di raquel),  mentre all’attivista italiano è stato negato l’accesso alla Palestina da parte di quello israeliano (leggi la lettera di Simone).

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Pubblichiamo una testimonianza della professoressa Elena Sassi, già docente presso l’Università Federico II di Napoli e amica del Centro Pace,  relativa alle celebrazioni del decimo anniversario del G8 di Genova 2001.
A chi volesse approfondire ricordiamo che “Genova, nome per nome”, libro/inchiesta di Carlo Gubitosa (direttore della rivista Mamma!), frutto di un lavoro di ricerca e documentazione durato due anni è scaricabile liberamente da http://www.giornalismi.info/gubi/articoli/art_8906.html

Sono venuta a Genova per partecipare al decennale del massacro, e desidero condividere con voi pensieri ed emozioni di allora e di oggi. C’ero anche allora, e il 20 luglio ho vissuto la più intensa terribile esperienza della mia vita di manifestazioni. Carlo Giuliani è stato ucciso, per moltissimi di noi è morta la possibilità di esprimere in pace le nostre idee; un attacco della polizia a freddo, premeditato, preceduto da giorni di propaganda mendace, una discontinuità feroce con l’esperienza di chi rivendica il diritto di esprimersi, protestare  e far cambiare politica. Ero con un amico milanese, con lunga esperienza di antagonismo. Eravamo  migliaia,  pacifici, di ogni età, condizione, abitudini , convinti che fosse nostro diritto e valore fondante contestare la scelta di un modello di sviluppo fondato sulla finanza e che ignorava i limiti fisici del nostro pianeta. Lo slogan di allora “un altro mondo è possibile” riassumeva tutto ciò. E fu deciso di stroncare un movimento che, pur tra alcune ambiguità, vedeva con occhio lucido ciò che sarebbe a breve accaduto.

Non ero novizia alle manifestazioni, avevo strumenti culturali e psichici adeguati, eppure l’esperienza del 20 luglio 2001 miha provocato una sofferenza enorme, una perdita di categorie concettuali e procedurali consolidate. Due psicologi di Padova nel loro recente libro “Cittadinanza ferita” hanno studiato esperienze e reazioni di tanti allora presenti, massacrati in corpo mente e cuore. Parlano di un trauma psicopolitico collettivo, che ancor oggi a molti impedisce di aver fiducia nelle istituzioni e impone di fuggire davanti a qualunque divisa, fosse anche un vigile disarmato. Anch’io ho impiegato molto tempo a ritrovare calma e serenità nel partecipare ad una manifestazione,  l’ho sostanzialmente vissuto a febbraio scorso quando scelsi di andare alla manifestazione delle donne di Genova e da tutte noi vi fu determinazione forte, indignazione, creatività, anche gioia. Dieci anni per una metabolizzazione  lenta, dolorosa, non completamente finita, come succede per un grande lutto.

Sabato nel corteo finale, partito da Sampierdarena, antico quartiere operaio, dove ora si parla molto in spagnolo per i tanti migranti sudamericani che lo vivificano e dove abitiamo, per caso ho ritrovato l’amico milanese e siamo stati insieme come dieci anni fa (e Jung direbbe che non sono coincidenze casuali). Per un po’ dietro lo striscione del popolo dell’acqua (tanti napoletani con Alex Zanotelli), per un po’ dietro i NO-TAV(forti e molto sostenuti da tutti), per un po’ da soli a tentare di elaborare le simiglianze-differenze con luglio 2001 e quanto è accaduto da allora. Anche adesso lo slogan “loro la crisi noi la speranza” ha ben condensato lo spirito di questo decennale: no vendetta, ma pretesa di condanna per i massacratori di allora (tutti promossi). Consapevolezza di avere avuto ed avere ragione nel volere uno sviluppo compatibile con madre Terra e (per me) basato su risparmio ed uso consapevole di risorse non rinnovabili. Gioia ed orgoglio positivo per le vittorie referendarie si mescolavano al bisogno di capire come andare avanti ora che sono forti i tentativi di appropriarsi di queste ed imbrigliare la democrazia partecipata dal basso. Don Gallo, vecchio prete partigiano genovese antico che da anni aiuta gli ultimi a recuperare dignità di vita, è stato buon simbolo di allora e di oggi, insieme con i tanti migranti di vari colori con cui si era insieme e che con semplicità affermavamo “l’Italia siamo anche noi”. Insieme con gente del magreb e mashrek venuti per dirci, dall’interno, le loro rivoluzioni della dignità che qualcuno vuole descrivere repentine e che sono state preparate con lunghe gestazioni dalla società civile. Giovani acculturati, masse di senza lavoro e futuro, volontà di libertà e giustizia. Si sono succeduti moltissimi eventi, anche con tante sovrapposizioni : da un seminario con tunisini, egiziani, palestinesi e marocchini ho capito con mente/cuore più cose che dalle tante letture di commenti e reportage di media, sia pure quelli più attenti.

Servirebbe capacità di letteratura per dire i molteplici aspetti vissuti. La (tanta) polizia “discretamente” nelle strade adiacenti e i tanti in borghese ai lati del corteo. L’elicottero che ha seguito tutto. I negozi chiusi per paura. La gente che applaudiva dalle finestre. La musica, i cibi multietnici e Genova melting pot di genti colori culture, come da antica repubblica marinara. Il l centro storico con tutte le impalcature smontate, i cassonetti rimossi perché  le bottiglie sono armi, carrozzini con bimbi piccoli, cani, umani.

Tre immagini fra tante mi hanno colpito per immediatezza e significato. La prima: sul selciato di una piazza di Sampierdarena una rete blu per il mediterraneo e tante barche di carte (come le facevamo da bambini) sulla cui vela vi era un collage di foto di migranti. La seconda: un banchetto con una corona di fiori colorati e due fogli: “per tutte le vittime delle armi italiane” e “contro tutte le guerre, umanitarie e preventive”. L’ultima: il logo di “2001 genova  2011”: un bambino  con il braccio alzato a pugno chiuso, occhiali da saldatore  per difendersi dai lacrimogeni, il sorriso grande e luminoso di chi ha la vita davanti.

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Marinella Correggia è impegnata da anni sul fronte dei temi socioambientali, si è occupata di campagne animaliste e vegetariane, di assistenza a prigionieri politici e condannati a morte, di commercio equo e di azioni contro la guerra. È stata in Iraq, Afghanistan, Pakistan, Serbia, Bosnia, Bangladesh, Nepal, India, Vietnam, Sri Lanka e Burundi. Collabora con diverse testate tra cui “il Manifesto”.
Ci piace la sua idea di scrivere un libro bianco  “Libia 10.000”  sulle bugie ricorrenti, verità nascoste e omissioni di guerra che hanno preceduto e accompagnano l’intervento Nato in Libia, e la proponiamo perciò ai lettori del nostro blog.
Il libro, secondo le intenzioni dell’autrice, verterà sul ruolo dei media nella guerra Nato alla Libia, la quinta alla quale partecipa l’Italia dal 1991, ruolo che è stato riassunto così da Lucio Caracciolo di Limes:  “Questa guerra sarà ricordata come il collasso dell’informazione” e con la metodologia abbinata dell’indagine sul campo e delle verifiche incrociate delle “notizie”, raccoglierà in un’unica sintesi le bugie mediatiche – e verità non dette e omissioni di verità – sciorinate dai diversi attori del conflitto, indicando tutte le fonti.
La vera democrazia è avere accesso alla verità. I governi occidentali quando fanno guerre per interessi petroliferi e geostrategici debbono comunque mascherarle da azioni umanitarie e quindi mentire, con l’aiuto dei media.  Quindi svelare tutto l’apparato di bugie (che spesso si ripetono da una guerra all’altra) e renderle fruibili tutte in un solo documento, può servire a far sì che alla prossima guerra non ci ingannino più. I governanti sapranno che sappiamo!
Il libro bianco sarà prodotto da Produzioni dal Basso, piattaforma internet indipendente, orizzontale e gratuita. Lo scopo di questa piattaforma è  offrire uno spazio a tutti coloro che vogliono proporre il proprio progetto attraverso il sistema delle produzioni dal basso, ovvero un metodo di raccolta fondi e finanziamenti realizzato attraverso una sottoscrizione popolare. In questo modo chi propone un progetto può farsi una idea dell’interesse potenziale che può attirare la sua proposta e può coprire le spese per la produzione.
Per sostenere attivamente il progetto o semplicemente per saperne di più: http://www.produzionidalbasso.com/pdb_682.html

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Cosa hanno in comune Grecia e Islanda? Apparentemente nulla, ma se guardiamo con attenzione le cronache economiche degli ultimi tre anni riusciamo a cogliere qualche somiglianza. Entrambi i paesi sono stati tra i più colpiti dalla crisi sulla sponda europea dell’oceano, hanno visto crollare i loro Pil, arrivando a dichiarare bancarotta, incapaci di far fronte al loro debito pubblico. Ma, se le manifestazioni e gli scontri di piazza Syntagma hanno riempito per settimane i nostri media, mostrandoci il popolo greco infuriato contro il governo e contro la durissima manovra finanziaria da questo varata, del crack islandese non ci sono giunte notizie o quasi. Il silenzio su questa vicenda probabilmente nasce dalle piccole dimensione del paese nordico (appena 300.000 abitanti) o per le cifre coinvolte. O forse c’è un’altra motivazione più sottile e nascosta.
Per capire meglio la situazione è meglio fare un breve riepilogo. Tra il 2000 e il 2008 l’Islanda ha visto crescere il proprio Pil con percentuali che non avevano eguali negli altri paesi occidentali. Questo era dovuto, in parte all’ottima organizzazione del sistema economico dell’isola, e dall’altro dalle enormi quantità di denaro che, grazie alle favorevoli fluttuazioni della Corona, affluivano nelle tre principali banche del paese.
Gran parte di questo denaro però era, in realtà, inesistente e frutto di ardite speculazioni finanziarie. Con l’esplosione della crisi dei mutui subprime, nel 2008, le banche islandesi si ritrovarono improvvisamente esposte per circa 10 miliardi di Euro, una cifra enorme per il piccolo paese nordico, e dovettero dichiarare la bancarotta. Veniva così a mancare il carburante principale per il sistema economico. (altro…)

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Misure draconiane per fermare i movimenti per i beni comuni (da Attac Italia , 15 Luglio 2011)
Se volessimo cercare un filo conduttore tra le misure draconiane messe in campo dal governo Berlusconi per fronteggiare la crisi finanziaria dentro la quale sta precipitando il nostro paese, oltre all’evidente elemento di classe –pagano sempre la fasce deboli- non sarebbe possibile evitare di pensare anche all’elemento della vendetta.
Un mese fa, dopo una straordinaria campagna di sensibilizzazione sociale che ha attraversato ogni angolo dell’Italia, la maggioranza assoluta degli aventi diritto al voto ha inondato di SI le urne, chiedendo l’uscita dell’acqua e dei servizi pubblici dal mercato e l’uscita dei profitti dall’acqua.
Con quel voto si è registrata, per la prima volta dopo decenni, la prima vera sconfitta delle politiche liberiste in questo paese e si è aperta la strada per un nuovo progetto di società, basato sulla riappropriazione sociale dei beni comuni e la loro gestione partecipativa.
Con quel voto –e soprattutto per come è stato costruito- si è registrata una nuova e forte affermazione di democrazia reale, basata sul protagonismo diretto delle persone e sulla partecipazione sociale. (altro…)

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Il governo greco ha agito su pressione non solo di Israele ed U.S.A., ma anche di Francia, Italia e Turchia.
La nave “Stefano Chiarini” è ancora ancorata a Corfù, sequestrata illegalmente dal governo greco, come le altre imbarcazioni della Freedom Flotilla 2 Stay Human. I passeggeri italiani,  dopo giorni estenuanti di attesa a bordo, sono tornati dalle loro famiglie e nei rispettivi posti di lavoro. Nessuno di noi difende i diritti dei palestinesi per professione, siamo tutti dei dilettanti nel senso più dignitoso del termine: migliaia di attivisti in Italia hanno partecipato alla campagna politica e  logistica per rendere possibile che la Stefano Chiarini salpasse con la Freedom Flotilla 2- Stay Human.
A questi attivisti ci rivolgiamo ora, per ringraziarli del loro impegno e per dire che la Freedom Flotilla 2 non è riuscita a salpare per Gaza perché il governo greco ha venduto la sovranità della Grecia ad Israele, violando il diritto internazionale, la libertà dei mari e persino gli accordi di Schengen. Ponendosi come alleato di Israele nella questione palestinese, il governo greco ha anche tradito il proprio popolo e la sua storia di liberazione dall’occupazione turca, dal nazifascismo e dalla dittatura militare. (altro…)

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